A spasso con Jung

Il titolo sbarazzino ben si concilia con il contenuto di questo libretto-divertissement che circumnaviga il pensiero di Jung attraverso alcuni aforismi e coinvolge, per un effetto di ‘sim-patia’, di analogia, scrittori, poeti, filosofi nonché pazienti, nella speranza – affermano gli autori nella prefazione – di mettere in pratica il dettato junghiano secondo il quale «il significato si costituisce e si arricchisce nella relazione».Forse anche per chi conosce l’intera opera di Jung non sarà insopportabile leggere, a spiegazione della frase chi evita l’errore elude la vita, il ritratto dell’ «accidioso, irresoluto, vacillante» Oblomov, creato da Goncarov, che di andare avanti oltre ogni rischio (di errore) proprio non vuole saperne. Ancora lui sarà l’esemplificazione calzante di un altro aforisima junghiano: ogni vita non vissuta rappresenta un potere distruttore e irresistibile, che opera in modo silenzioso ma spietato.

Nessun risentimento è possibile dai dai ‘puristi’ del pensiero junghiano, perché in fondo gli autori parlano d’altro. Ci riportano in contatto con classici della letteratura intrisi di profonda sapienza come quell’ Ivan Il-ic di Tolstoj, che arriva a sfiorare il dubbio, a cogliere la parte autentica di sé, solo in punto di morte. Calando verso il meriggio dell’esistenza, ciò che occorre è semplificazione, limitazione e interiorizzazione, ossia cultura individuale.

Molte sono le frasi che evocano una tensione tra gli opposti, come quella che solo il paradosso è capace di abbracciare, anche se soltanto approssimativamente, la pienezza della vita, o che si diventa sempre la cosa che più si combatte. O anche, si assapora con abbandono un sentimento solo se è leggermente ambivalente, e qui gli autori vi colgono un’analogia col fascino della luce incerta nell’ora del crepuscolo, ora che «volge al disio e ‘ntenerisce il core», ora nella quale amore e dolore si trasformano in spleen.

C’è qualcosa di terrificante in una affermazione come chi va verso se stesso rischia l’incontro con se stesso, e infatti viene associata a un racconto di Conrad, I duellanti, storia di una feroce e assurda inimicizia, dove l’odiato Altro è solo il proprio doppio nascosto. D’altra parte non vi è nulla di più difficile da tollerare che se stessi, risuona più verosimile della sartriana affermazione secondo cui «l’Inferno sono gli altri».

C’è poi un’implicita seduzione verso il cambiamento e i paradossi, in frasi come la verità del mattino costituisce l’errore della sera, o anche è importante e salutare parlare di cose incomprensibili, poiché la comprensione scientifica del mondo avviene quasi ‘malgrado’ ogni spiegazione razionale, attraverso squarci, abissi, improvvisi tra una parola e l’altra. Allo stesso modo Wittgenstein consiglia di «gettar via la scala (delle sue rigorose proposizioni) dopo esservi saliti (…) una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure toccati». E così via, di analogia in analogia.

La sola domanda che resta sospesa fino alla fine di questa scorribanda citazionistica, è se abbiamo veramente bisogno di andare ‘a spasso’ con Jung, cioè di risolvere il suo pensiero in un’agenda di frasi magiche, o se non valga anche la pena leggere le ‘fonti’ da cui è stato tratto questo lavoro: la sua autobiografia Ricordi, sogni, riflessioni (Bur saggi), e Jung parla, interviste e incontri (Adelphi). (cb)

da Jung parla, Adelphi 2002
«Posso chiederle di riassumere i punti principali del suo sistema che possono aiutare l’uomo a scolpire la propria totalità e ad alleviare la propria fame di spirito, ora che egli non si identifica più con le parole del cristianesimo?
Innanzitutto, io non ho nessun sistema, nessuna dottrina, niente del genere. Io sono un empirista, senza alcuna idea metafisica. Le mie sono ipotesi. Partendo da queste ipotesi, sono arrivato ad alcuni princìpi fondamentali: c’è il Sé, che è la totalità del nostro essere, noto e ignoto, conscio e inconscio, in antitesi alla distinzione tra fisico e psichico. Poi ci sono gli archetipi, le immagini dell’istinto. Perché l’istinto non è soltanto una spinta verso l’esterno, partecipa anche alla rappresentazione delle forme. L’animale, per esempio, ha una certa immagine delle piante, tant’è vero che le riconosce. I nostri istinti non si esprimono soltanto nelle nostre azioni e reazioni, ma anche nel modo in cui ci rappresentiamo ciò che immaginiamo. L’istinto non è solo biologico, ma anche, si potrebbe dire, spirituale. E ripropone sempre certe forme, che si possono studiare risalendo alle ere più remote presso tutti i popoli. Questi sono gli archetipi.

Il guado di un fiume, per esempio, è una situazione archetipica. E’ un momento importante, pericoloso: l’acqua, le rive nascondono un pericolo. Non per nulla il cristianesimo inventò san Cristoforo, il gigante che trasportò il neonato Gesù di là dalle acque. Oggi quest’esperienza, o altre analoghe, non sono molto frequenti, ma io ricordo degli attraversamenti di fiumi in Africa, con i coccodrilli nell’acqua e tribù sconosciute sull’altra sponda: si ha l’impressione che sia in gioco il proprio destino e, quasi, il destino degli uomini. E ciascun uomo ha il suo modo di affrontare il guado. Oppure pensi alla morte di re Alberto vicino a Wettingen: i cavalieri erano indecisi, esitavano, non si ha l’impressione che avrebbero assalito il re in un posto qualunque. Ma quando lo sorpresero nel mezzo del guado, nel luogo dove il destino colpisce, allora colsero subito l’occasione.

C’è poi anche l’inconscio collettivo, quella immensa sala del tesoro, quel grande serbatoio dal quale l’umanità attinge le immagini, le forze, che essa traduce in molti linguaggi diversi, ma la cui fonte comune appare via via sempre più chiara. Moltissime coincidenze derivano da lì».