Lunar Park

È difficile non detestare Bret Easton Ellis, il suo narcisismo, il suo disperato cinismo, la sua intelligenza spassionata, la sua natura indifferente, il suo sfacciato prendersi gioco del lettore costretto (?) a subirne il wit alzo zero. Ancora più arduo digerirne una autobiografia romanzata in forma di horror quale è il suo ultimo Lunar Park.La homepage del sito internet di BEE gioca banalmente con l’archetipo novecentesco del doppio nella forma terminale del simulacro (oltre che – in primo luogo – sulla patina ‘pornochic’ della grafica e del lettering). Malgrado questa impostura l’unico ossimoro che trasuda da questo libro è la disarmante sufficienza come cifra emotiva del suo stile a fronte dell’urgenza della seduzione.

L’oggetto di seduzione di BEE, come di chiunque scriva quel che sia (dal form burocratico per ottenere un servizio al romanzo) è il lettore. A BEE preme un lettore che si faccia specchio. Rassicurante (?) cartina di tornasole del suo genio.

Se in Meno di Zero o Le Regole dell’Attrazione questa strategia rimaneva sottotraccia rispetto a un monologo dell’interiorità rivoltata, oggettivata nei linguaggi della società dei ‘consumi-media’, in Lunar Park non è rimasto altro. La confessione come teatro. La confessione come ennesima, brillante, definitiva confezione.

Maestro del packaging, Ellis imbastisce una trama-simulacro in cui può confessarci qualsiasi cosa – in primo luogo di essere un inguaribile narcisista, presuntuoso e irresponsabile. Noi, il suo specchio, dovremmo restituirgli un ghigno di sufficiente ammirazione. La realtà è che lo specchio può anche rompersi.

Che il velo stesse per rompersi lo si era capito già in American Psycho, per stessa ammissione di BEE, il suo romanzo più autobiografico (per capire cosa intenda BEE per autobiografia vedi: Interview with BEE). Con Lunar Park, esplicito sequel di quel macello pret-a-porter, BEE fa l’unica e dunque prevedibile mossa mettendo in scena la più fantasmagorica denegazione di se stesso sotto forma di falsa (?) autobiografia.

Pubblico e critica erano già rimasti abbagliati da questo orchestrato fraintendimento quando avevano sbagliato Meno di Zero e Le Regole dell’Attrazione per squarci minimalisti di una vita vissuta, quella del giovane studente bello, ricco e dissoluto.

Da questo punto di vista quel che rimaneva era lo scarto legato alla forma di un monologo ‘dopato’ che prometteva di raccontare un’intera generazione, anzi un’epoca (gli anni ’80) anzi uno Zeitgeist – quello che da noi D’Agostino battezzò ‘edonismo reaganiano’.

Molti di coloro che ieri ricordavano con disprezzo quel decennio, oggi lucrano personalmente e/o politicamente (e la cultura – il cinema, la letteratura, la tv – è ovviamente politica) sul suo revival raggiungendo BEE sul suo piano di indifferenza. L’importante è stare a galla. A BEE vanno, da questo punto di vista, riconosciute coerenza e rigore oltre che lo straordinario talento di affabulatore.

E l’asino qui cade e il lettore, questo lettore, si confessa vinto, avvinto e sedotto.
(Maurizio Morganti)

da Lunar Park
Si può sopravvivere al successo, all’improvvisa smisurata ricchezza, a un intero palinsesto di dipendenze psicofisiche? Bret Easton Ellis, lo scrittore cult e protagonista di Lunar Park, ha la chance di ricominciare quando la madre di suo figlio Robby, l’attrice Jayne Dennis, lo convince a raggiungerli in California, nei sobborghi a Nord Est di Los Angeles. Il quadretto familiare è completato dalla figlia di lei , dal suo bambolotto meccanico, un uccellaccio chiamato Terby e dal cane di casa, un golden retriever troppo paziente. Il quadretto idilliaco si sfalda durante un party di Halloween quando i fantasmi che infestano la casa e il passato di Bret escono dall’ombra e iniziano a dargli la caccia.

Su Internet
Il sito ufficiale di Bret Easton Ellis