A oriente del Profeta

L’islam più noto è quello arabo mediorientale, ma la maggior parte dei credenti in Allah vive nelle repubbliche centroasiatiche dell’ex Urss, nel subcontinente indiano, nel Sudest asiatico e in Cina. Sono 670 milioni, la metà dei musulmani del pianeta. Ce ne ha parlato Paolo Affatato, curatore insieme a Emanuele Giordana di una raccolta di saggi che indagano nel mondo musulmano asiatico.

Intervista di Cristina Bolzani

Come nasce la scelta di parlare in Italia, che sta cominciando a capire adesso qualcosa dell’islam arabo, dell’islam asiatico?
Perché esiste un altro islam, che non è soltanto l’islam arabo, ma che va ben oltre i confini del mondo arabo. E’ un’islam anche numericamente molto significativo, se pensiamo che l’islam nei Paesi arabi conta circa 300 milioni di fedeli, e l’islam oltre i confini del mondo arabo conta oltre 690 milioni di fedeli, cioè quasi il doppio.

Parliamo dell’islam che esiste nei Paesi asiatici che vanno dal Pakistan, giù nell’India del Sud, fino al Sudest asiatico. E’ una galassia che spesso viene dimenticata, specialmente in Occidente. Per questo è nato in un gruppo di studiosi, ricercatori e giornalisti, la necessità di spalancare una finestra, conoscerlo meglio, per poi capire quale possa essere il rapporto che questa grande comunità ha con quella araba e quindi con noi occidentali.

Lei in particolare si è occupato dell’islam del Sudest asiatico, nelle Filippine, e ha rilevato che in quei Paesi esiste un forte dibattito fra quello che è l’islam tradizionale radicale e l’islam più moderno. Che cosa si può dire di questo dibattito, qual è il suo valore?
E’ un dibattito sicuramente molto importante perché nello stesso mondo islamico c’è una dialettica, e questa dialettica oggi per esempio in Indonesia è molto molto chiara, molto visibile. L’islam nel Sudest asiatico è arrivato pacificamente, grazie alle rotte dei mercanti arabi, che hanno condotto le loro navi in quelle isole, e quindi poi pian piano si sono avvicinati alle culture locali. E’ un islam che si è incrociato con le culture locali in forma del tutto pacifica, aperta, tollerante. Queste caratteristiche sono presenti ancora oggi, accanto invece a un islam di marca più fondamentalista, più radicale. Proprio questo dibattito è oggi in corso, fra leader islamici, religiosi, fra intellettuali, fra accademici, su qual è il giusto volto dell’Islam. Per esempio parliamo di un Paese che è il Paese musulmano più popoloso al mondo come l’Indonesia. Oggi è un dibattito molto interessante perché mostra che anche lo stesso mondo islamico ha al suo interno la possibilità di liberarsi da quelle che sono eventualmente le derive fondamentaliste; e che intende farlo.

Quindi in quei posti la religione islamicia è riuscita a convivere e convive con al cultura locale, e in qualche modo riesce ad ammorbidire la sua impostazione teorica accogliendo anche altro, oppure questo fenomeno è qualcosa di episodico che riguarda solo le Filippine?
La natura dell’islam nel Sudest asiatico è stata proprio quella: tradizionalmente una natura che ha convissuto con le culture locali, che si è incrociata con le culture locali, che ha accolto al suo interno elementi delle religioni tradizionali: animiste, tribali, che già erano presenti in epoca pre-islamica. L’islam è arrivato a metà del XV secolo e invece queste culture, queste tradizioni religiose erano presenti già da millenni. E’ stato un incrocio che ha dato vita poi anche a una comunità islamica che ha accolto al suo interno elementi eterodossi, culti tradizionali come quelli delle guarigioni, elementi della mistica magari locale, com’è successo sull’isola di Giava. Quindi è un islam che tradizionalmente ha avuto questa capacità di assimilazione, di entrare in contatto, di farsi parte del contesto culturale locale. E’ forse invece l’islam più contemporaneo, l’islam più moderno, che ha dimenticato questa tradizione. Quindi assistiamo a questo paradosso: l’islam tradizionale è un islam più moderato; l’islam più ‘moderno’, cioè più recente, è un islam invece più radicale, che ha dentro di sé magari il virus fondamentalista.

Mi lego a questa sua ultima frase per ricordare per esempio gli attentati di Bali, e episodi di violenza di matrice fondamentalista islamica. Secondo lei che tipo di evoluzione avrà l’islam in Asia? Cioè avrà un’evoluzione più verso il sincretismo, più alla tolleranza e all’apertura, oppure le parti più radicali potranno avere una presa più solida?
Questa è la sfida odierna dell’islam asiatico, anche se questa espressione è un’espressione fin troppo generalista, perché anche quello dell’islam asiatico è un volto molto frammentato che ha delle sue caratteristiche specifiche da nazione a nazione. Però certamente questo è il dibattito che è in corso oggi. Non possiamo fare previsioni. Possiamo solo dire che anche per esempio gli attentati di Bali, di Giakarta… gli ultimi attentati gli ultimi anni in Indonesia – ma come la guerriglia musulmana nel sud delle Filippine – sono comunque parte di un movimento diciamo ‘minoritario’ , e questo è chiarissimo dal punto di vista di un’analisi obiettiva del contesto. C’è un islam come quello in Indonesia, delle due grandi comunità principali, che è assolutamente contrario al terrorismo e a qualunque tipo di violenza. Quindi il punto è questo: tirar dentro queste comunità, tirar dentro questo islam moderato nel dibattito, nella costruzione di una civiltà, di una cultura democratica e pluralista.

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Lettera 22