La ragazza del secolo scorso

Con un incedere distaccato, a tratti un po’ algido, Rossana Rossanda nella sua autobiografia ci introduce nella sua esistenza, che si interseca con la storia più recente del nostro Paese: il fascismo, la resistenza, l’incontro con il partito. Ragazzina, del fascismo non si accorge, se non per la divisa che in fondo le piaceva, e per la guerra.Intellettuale da sempre, è allieva di Antonio Banfi, docente di filosofia ed estetica all’università Statale di Milano, città che la Rossanda ha sempre amato molto. Sarà proprio Banfi ad aprirle la mente suggerendole di leggere una serie di libri che lei divora. Lui era comunista, lei lo sarebbe diventata presto. Il passo successivo sarà partecipare attivamente alla resistenza, come un’azione ineluttabile, semplicemente dovuta. Finita la guerra per le donne «la scelta fu o il ritorno al modello familiare o l’abitudine a vivere divise in due tra groviglio interno e mondo fuori». La scelta per lei fu il mondo, ma il ‘groviglio’ non terminerà mai. Nel ’47 la decisione di lavorare per il partito, nel ’49 il primo viaggio a Mosca. «Partii senza angoscia e in quella prima visita dei crimini non capii niente. Nè cercai. Non mi aspettavo il paradiso in terra, non vidi nessun inferno». Non sarà la stessa cosa nel ’56 quando i carri armati russi entrarono a Budapest. In quei giorni le vennero i capelli bianchi. «E’ proprio vero che succede, avevo trentadue anni».

Il libro è una lezione politica per chi crede ancora nel suo valore, dato dalla volontà e dalla capacità di un funzionario di partito di attraversare in lungo e in largo il Paese, non per raccogliere voti, ma per incontrare la gente e conoscerla, per capirne le ragioni nel suo profondo, per affrontare la realtà dei bisogni, non per creare clientele. Un altro mondo, vissuto come un’occasione rara: «Per noi il partito fu una marcia in più. Ci dette la chiave di rapporti illimitati, quelli cui da soli non si arriva mai, di mondi diversi, di legami fra gente che cercava di essere uguale, mai seriali e, mai dipendente, mai mercificata, mai utilitaria. Sarà stata un’illusione, un abbaglio… ma una corposa illusione e un solido abbaglio».

La Rossanda, ormai dirigente, la più giovane fra gli uomini del Pci, scopre di non riuscire a sfuggire al femminile. Non sul piano dei sentimenti, ma su quello razionale e pubblico, là dove credeva che non ci fossero differenze tra un uomo e una donna. E rivela che prendere decisioni per gli altri è nel Dna di un uomo. «Non che le donne non amino il potere, lo esercitano senza pietà nel privato e l’una contro l’altra. Ma fuori del privato siamo tentate di seguire, a costo di romperci in due, la strada decisa da altri». Un cammino davvero in salita per le quote rosa, se tutte le ragazze del secolo scorso, che tanto si sono battute per rendere migliore il nostro Paese, la pensano così.
(Raffaella Soleri)