L’università di Rebibbia

«Il carcere mi manca. E’ una sensazione, strana, ma è così. Lì non hai l’obbligo di vestirti, se non ti va non parli, non devi correre a prendere l’autobus. Quelle che ti conoscono sanno esattamente cosa vuoi.» Questa è solo una traccia del ricordo che Goliarda Sapienza ritrae della sua esperienza a Rebibbia.Per anni dimenticata dalla Intellighenzia e dal grande pubblico, con questo libro Goliarda Sapienza ci offre uno spaccato della vita in carcere visto con gli occhi di chi da quel mondo è sempre vissuto lontano. Di chi sfida il proprio mondo, le regole del Salotto Bene e fa un salto nel buio… Ruba gioielli ad una sua conoscente. «Ho rubato a una di queste pseudo-signore per punirla. O per punirmi?». La ‘pseudo-signora’ la denuncia ed è così che finisce nella fossa dei leoni, nel girone dei dannati. Salta quel muro troppo spesso ignorato dalla cosiddetta società civile dove si è sempre troppo lontani per avere l’umiltà di credere che chiunque potrebbe finire dietro le sbarre. «Quanto tempo è che non mangio con qualcuno accanto? Mi sembrano anni ma non me ne importa niente, non voglio guastarmi questa gioia con considerazioni inutili, perché è gioia, gioia vera se mi fa divorare ogni cosa». «Sai cosa ho fatto per finire qui?…Un lungo viaggio in Russia e in Cina che ha finito per spazzare via quel poco d’etica che m’era rimasta… Da dodici anni non riuscivo più a pubblicare una riga, ho lavorato per dieci anni a un lungo romanzo e nel frattempo tutto cambiava, tutto: amici, situazioni, rapporti…Poi lo sfratto la miseria, o comunque l’indigenza davanti a me sicura».

L’autrice cerca di raccontare da dietro le mura del carcere romano le facce, le storie, la varia umanità della Casa di reclusione femminile. Il suo modo di raccontare è scevro da aggettivi inutili e schietto così come possono esserlo le parole rovesciate in fretta sul taccuino di una carcerata che cerca di ritrovare la strada di casa attraverso un viaggio intimo ma chiassoso come può esserlo l’esperienza della vita in carcere. Dove sei sola ma allo stesso tempo sei costretta a vivere fianco a fianco con altre storie, altre facce, altri odori. Ogni volto, ogni voce porta su di sé il peso della propria storia. Le compagne che via via incontra sembrano tutti ‘personaggi in cerca di autore’. Anche qui esistono regole sociali che non puoi infrangere, pena l’emarginazione. «Ma che stai a dì? Guarda che qua solo l’anziane ci hanno diritto a chiede’ , io nun so’ n’anziana. Se Dio ce scampi , se mettono in testa che me do l’arie d’anziana, me schizzano fora dall’ambiente, che al limite è pure peggio dell’isolamento…» Giovannella giovane madre che si fa arrestare per abortire. Marrò bellissima attrice mancata vittima della droga e della violenza. Annunciazione, Mamma Roma e Suzie Wong, che cerca di affrancarsi dallo squallore del carcere trasformando la propria cella in un’accogliente sala da tè. Dopo lo shock iniziale, la prigione appare come il luogo in cui si manifesta, senza le illusioni e le ipocrisie della vita ordinaria, la nuda realtà della convivenza umana: la netta divisione tra le classi sociali, il carisma della bellezza, la spietata durezza dei rapporti di forza.

Rebibbia è una scuola di vita da dove iniziare a risalire la china dopo aver toccato il fondo. Dove la scrittrice viene a contatto con un’umanità dolente, umile, rabbiosa. Il carcere ha le sue regole e i suoi riti e Goliarda deve impararli sin da subito. Edda, un donnone che per le detenute è madre, è punto di riferimento e a volte anche amante. L’università di Rebibbia, un ritratto neorealista che fotografa una realtà da tutti un po’ troppo spesso dimenticata dove ci si ricorda di quella realtà solo quando a squarciare il silenzio è l’urlo di un suicidio che arriva a sporcare le colonne di un quotidiano distrattamente. Dove anche quando quel muro circondariale abbraccia sfacciatamente la città ci si passa vicino in fretta senza chiedersi chi sono i cittadini di quella città all’interno della città. L’inferno dei derelitti, dei dimenticati. Il racconto di un carcere che è spazio chiuso e tetro in cui donne diverse tra loro ma accomunate dalla loro femminilità si confrontano, annusano, confortano fino ad annullare tutte le distanze sociali. (st)