Barbara Duden

L’esperienza del corpo femminile è dominata dalla genetica, e il corpo conosciuto ha sostituito il corpo vissuto. Con uno sguardo storico che parte dalla fine dell Settecento, Barbara Duden muove una forte critica all’attuale ‘bio-sproloquio’, invitando a comprendere la funzione sociale della medicina. L’abbiamo intervistata al Festivaletteratura.

L’intervista di Cristina Bolzani

Nella sua raccolta di saggi lei dichiara la ‘decorporeizzazione’ della donna, e prende come esempio, come punto emblematico la gravidanza. Lei dice che «prima c’era il nascituro, ora c’è il feto». Com’è cambiata la percezione di quella che nella lingua tedesca è detta la buona speranza?
«Secondo me al giorno d’oggi quella che in Germania è chiamata la buona speranza viene completamente distrutta e annullata. Proprio perché la gravidanza al giorno d’oggi viene considerata e trattata come un processo controllato della crescita del feto e dell’embrione.

Durante i nove mesi della gravidanza la donna viene sottoposta a interminabili controlli, a moltissimi test, e quindi la qualità della sua gravidanza viene vigilata costantemente. E moltissimi di questi test sono anche insensati, in quanto non hanno un significato, un’importanza diagnostica, bensì danno luogo semplicemente ad una politica della sicurezza. Quindi la donna si sente costantemente valutata, si sente sotto pressione e ha sempre paura che qualcosa possa andare storto. Ovviamente questo controllo continuo non può che generare insicurezza, e in questo senso la speranza, la presenza, la tranquillità, il benessere, la gioia vengono completamente distrutti. Attualmente viene esercitata una sorta di tirannia sul futuro della donna, il futuro della donna gravida che viene completamente privato di significato. La donna incinta deve costantemente capire, deve sempre avere delle nuove informazioni per sapere se il suo bambino corrisponderà a determinati standard ideali. E questo è veramente terribile perché distrugge la speranza e la gioia della gestazione stessa.»

Lei dice che il corpo conosciuto ha sostituito il corpo vissuto. E che dunque si è arrivati a ‘decorporeizzare’ in questo modo la donna. Da cosa è stato sostituito esattamente il corpo della donna? Quale linguaggio lo rappresenta?
Come possiamo vedere nell’arco degli ultimi dieci anni si è molto parlato del rischio, del calcolo del rischio e della gestione del rischio nell’ambito della gravidanza. Ma il termine rischio è qualcosa di totalmente diverso dal termine pericolo, in quanto il pericolo è un evento che si presenta, è visibile ai nostri occhi e per questo suscita in noi cautela, dobbiamo comportarci in un determinato modo. Invece il rischio è qualcosa di diverso. Ma le donne al giorno d’oggi durante queste sedute, sessioni di consulenza e così via, imparano che ogni gravidanza rappresenta in sé un rischio.

Ma che cos’è il rischio? E’ un termine che viene mutuato dal linguaggio delle assicurazioni. Nelle assicurazioni il rischio è la probabilità che qualcosa possa accadere e quindi per un determinato gruppo di popolazione statistica. Ma non per una sola donna: una sola donna non è la statistica. La donna però, la donna incinta si sente costantemente costretta a rappresentare una sorta di caso, di caso di questa popolazione statistica. Ma questo è veramente pazzesco. E questa percezione della gravidanza che ne deriva è pazzesca. Non è assolutamente vero che queste probabilità corrispondono a quello che accadrà effettivamente alla donna. E quindi il discorso del rischio fa sì che la donna debba imparare a gestire il proprio futuro, a gestire la propria gravidanza. Ma questa non è una cosa che si possa gestire. La gravidanza non si può gestire. La donna non può controllare questo evento, e quindi il tutto è decisamente molto brutale.

Lei scrive a un certo punto che «i geni hanno soppiantato il destino, la provvidenza, perfino le costellazioni». Quale significato ha questa centralità della genetica e della vita biologica? Quale significato ha questa dittatura della genetica?
E’ difficile rispondere a questa domanda. Sicuramente dobbiamo soffermarci a cercare di capire qual è la funzione dei geni nel pubblico, tra le persone normali. Che cosa sono i geni? I geni servono a dire alla gente che praticamente nel loro corpo, proprio nella loro carne è già scritto il loro futuro. E quindi tramite questa scienza genetica scaturisce una nuova immagine dell’essere umano, secondo cui il destino null’altro è che un futuro già programmato. Abbiamo svolto anche dei sondaggi d’opinione in questo senso. Abbiamo chiesto quale immagine dia la parola ‘gene’, e le persone pensano che il gene sia qualcosa che è dentro di loro e che è negativo, intrinsecamente negativo. E quindi che sia un possibile errore latente all’interno del corpo che potrebbe sicuramente verificarsi in futuro. Ma in effetti il rapporto che c’è tra il DNA e la carne diciamo, il corpo umano, la corporeità, è probabilistico e statistico e quindi, proprio per l’opinione che hanno le persone dei geni, il gene rappresenta e dà una nuova immagine dell’essere umano. Da una parte c’è il destino, che è già deciso, e che è in senso negativo. E dall’altra costringe, questa genetica, le persone ad agire, ad intervenire, a gestire questo futuro genetico. In altre parole i geni danno corpo, danno un corpo al pensiero del rischio.

Dall’immagine che lei dà di questo scorcio tecnologico e medico emerge qualcosa di molto disumanizzante. Ma è il caso di ricordare che la tecnologia e la medicina oggi permettono alle donne di avere per esempio la procreazione assistita, una maggiore sicurezza sanitaria, una conoscenza maggiore delle possibilità negative e dunque di proteggersi. Nella sua ricerca quanto c’è di positivista, e ottimista, rispetto alla medicina e alla tecnologia che dà possibilità in più per la donna?
Dobbiamo sicuramente fare una distinzione tra quello che è l’uso medico della medicina tradizionale e quello che invece non corrisponde a un indirizzo propriamente medico. Va detto che la tecnologia e le nuove tecniche possono sicuramente rappresentare un aiuto per le donne che si trovano in una situazione di emergenza, di pericolo, o che non riescono magari ad avere figli. Su questo io non discuto. Questa è una cosa sicuramente vera. Ma va anche detto che la tecnologia esercita anche una sorta di effetto simbolico per le donne che non hanno bisogno di questo tipo di interventi. La medicina al giorno d’oggi svolge una nuova funzione sociale. Se in passato rappresentava la cura, la guarigione delle malattie, adesso invece la medicina va a dire agli esseri umani quello che sono, qual è il loro futuro, e si sviluppa una sorta di dipendenza dal controllo e dalle informazioni di tipo professionale. E quindi la percezione del futuro delle donne viene distrutta dalla medicina, da questo tipo di medicina. Ed è questo aspetto della medicina che mi interessa, e cioè la dipendenza enorme di queste verifiche tecniche e scientifiche. La medicina quindi non in senso medico bensì come tecnica moderna di gestione.

Come è possibile difendersi da questa possibilità di essere espropriati dalla medicina, dal proprio ‘esser-ci’ individuale, dal proprio destino? Come ci possiamo difendere da quella che lei chiama la biocrazia e il biosproloquio?
Secondo me dobbiamo semplicemente analizzare la realtà così com’è senza farci illusioni, dobbiamo capire qual è la funzione sociale della medicina e della tecnologia: dobbiamo analizzare molto chiaramente quale sia questa funzione. Secondo me il contributo che posso dare, quello che ritengo importante è di riuscire ad aprire un margine, un piccolo spazio, una piccola libertà, in quanto magari possiamo sorridere insieme di tutte queste cose, possiamo capire che a volte possono essere assurde. Vorrei contribuire anche a dare alle donne la libertà e la possibilità di dire: «Grazie, non mi serve questo tipo di analisi, questo tipo di interventi». Sicuramente possiamo far risalire questo concetto al passato, alla politica del passato, al femminismo, e così via. Proprio perché va detto alle donne che molti interventi non producono i frutti sperati, i risultati sperati.

Quindi secondo me semplicemente dobbiamo riuscire a dare alle donne un po’ di libertà, non togliere loro le opzioni positive che ci offre la tecnologia bensì dire loro: ma prendete le cose con un po’ più di leggerezza.
(traduzione di Chiara Serafin)

Barbara Duden
Si è formata a Vienna e a Berlino. Tra il 1985 e il 1990 ha insegnato Storia delle donne e Storia della scienza e della tecnologia negli Stati Uniti. Attualmente è docente presso il Dipartimento di Sociologia e Psicologia sociale dell’Università di Hannover. Presso Bollati Boringhieri è uscito anche Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, 1994 (rist. 2003).