Possiedo la mia anima

La vita di Virginia Woolf, ma raccontata dal punto di vista del suo continuo riverberarsi nell’opera. Nelle parole, a lei necessarie come l’aria. «E’ evidentemente, la scrittura, una specie di daimon che fa parte della sua struttura…Perché Virginia Woolf davvero vive scrivendo», ci ha raccontato l’autrice, Nadia Fusini, al Festivaletteratura.

L’intervista di Cristina Bolzani

Qui al Festivaletteratura Julia Kristeva ha citato Virginia Woolf come esempio di genio melanconico. Secondo lei in che cosa consiste il nucleo più geniale, più singolare di questa scrittrice?
Il genio della scrittura sicuramente appartiene alla Woolf nel senso proprio che ce l’ha nei geni. Appartiene a una famiglia intellettuale, dal padre al nonno alla madre stessa… E’ evidentemente, la scrittura, una specie di daimon che fa parte della sua struttura. La malinconia certo è un altro tratto fondamentale. In questa biografia ho molto voluto raccontare la storia di una persona che ha veramente combattuto per trionfare della malinconia depressiva, che è un tratto che l’accompagna costantemente nella vita.

Sono stati fatti molti studi di quale particolare malattia soffrisse Virginia Woolf. Forse in termini moderni diremmo una psicosi, una sindrome maniaco-depressiva, con il momento maniacale, che è poi il momento in cui lei si sente invasa quasi da un’ispirazione, da una voglia incredibile di fare, a cui spesso segue il momento depressivo, ma serio, profondo, clinico. Che è cosa strana, perché loro poi conoscevano la psicoanalisi; hanno tradotto Freud con la loro casa editrice, la Hogarth Press, però non hanno mai voluto trattare in quel modo, e ci sono dei raccontini di come veniva invece trattata, quasi un esaurimento nervoso, per cui veniva messa a letto al buio, nutrita di latte di burro, e si aspettava che queste visitazioni demoniche, infernali – perché soffriva molto – scomparissero. E spesso questo accadeva dopo che aveva finito un libro.

Parliamo di questa biografia, che ricorda come molti altri libri siano stati scritti su Virginia Woolf, e poi abbiamo i Diari e le sue lettere… Lei ha un approccio che ha come punto di partenza la parola di Virginia Woolf e vede un riverberarsi continuo della sua vita nella sua opera. In che modo ha scelto questa strada e che ritratto ne è scaturito?

Ho scelto questa strada perché secondo me nel rispetto di quello che è Virginia Woolf era la cosa più giusta da fare. Perché Virginia Woolf davvero vive scrivendo. Cioè non c’è un momento della sua giornata in cui lei non scriva: lettere agli amici, il diario, i romanzi, i saggi, biografie. Quindi la scrittura è veramente l’azione più quotidiana in cui lei versa veramente l’esperienza della sua vita. E lei lo riconosce, lei dice che c’è una corrente autobiografica in ognuno dei suoi romanzi. In qualche modo nei romanzi lei inventa dei personaggi, ma questi personaggi spesso sono maschere di lei. Faccio un esempio: in quel meraviglioso romanzo che è Al faro, To the lighthouse, all’inizio c’è un bambino seduto con la madre, in braccio alla madre, fuori della casa di campagna, e questo bambino si appoggia, sfiora il vestito della madre, sente la collana. E se uno poi va a vedere i frammenti autobiografici che lei scrive poco prima di morire, sono proprio le stesse cose, le stesse sensazioni di lei in braccio alla madre. Quindi c’è un continuo travaso di sue esperienze, di suoi ricordi che lei dà ai personaggi. Per cui effettivamente è come se si espropriasse della propria esperienza per scrivere.

Lei a un certo punto dice che «le piacevano le persone infelici perché hanno un’anima» e ha come una sorta di attrazione in qualche modo per l’infelicità degli esseri e per la loro descrizione anche. Secondo lei da cosa derivava questo, da una sorta di consolazione per la sua stessa infelicità o proprio dal cercare una forma di conoscenza attraverso l’infelicità?
Io questo lo dico anche riguardo a me. In fondo se ho scritto la biografia della Woolf non l’ho fatto con l’intento di restituire l’identità di una donna di successo – perché poi a un certo punto la Woolf è diventata una scrittrice molto riconosciuta -; io però ho voluto raccontare la vita di una donna che ha scritto, ma ha scritto anche perché ha fatto tesoro di un’esperienza della sofferenza. Senza nessun sentimentalismo, o senza nessun amore per il dolore, perché veramente è quanto di più strano ci sia nella Woolf. Però valutare anche il negativo come un’esperienza che serve nella vita. Lei, questa ragazzina, che poi perde la madre giovanissima, poi perde il padre, poi perde il fratello; tutto questo cumulo che uno potrebbe definire ‘sventure’, ‘dolore’, in qualche modo riesce a caricarlo anche di un senso positivo, perché affina la sua percezione della vita, la rende più attenta, più accogliente, più disponibile nei confronti degli altri; e la fa identificare con tutta quella massa anonima di persone che nella vita non conoscono soltanto la felicità, ma che conoscono appunto il dolore.

Il mondo delle relazioni di Virginia Woolf. Lei aveva un rapporto particolare con la sorella Vanessa, pittrice, e un rapporto particolare con la famiglia, gli amici… Secondo lei in che misura questo poi si è proiettato sulla scrittura e quanto è stato importante?
E’ stato secondo me molto importante. Questo gruppo di persone che si sono sentiti attratti l’uno dall’altro, se si sono sentiti attratti l’uno dall’altro è anche perché volevano imparare a vivere in modo diverso. Cioè, c’è stata tutta quella conoscenza, quel sapere, quella istruzione se vuole… andavano nel senso di creare forme di vita diverse, un diverso modo di stare insieme. Un’accettazione del proprio modo di essere: omosessuali o etero o lesbiche… Quel gruppo veramente ha cercato di vivere in modo diverso, meno convenzionale, in forte rottura con tutti i valori tradizionali vittoriani, delle loro famiglie, che gli hanno consegnato un grande patrimonio di ricchezza, perché sono famiglie benestanti, questi sono ragazzi colti. Però quello che era fondamentale per loro era di far diventare tutto questo qualcosa che li portava a vivere in modo diverso nel rispetto della propria libertà. Una donna, nel caso di Virginia e Vanessa, doveva essere libera. La Woolf infatti racconta in un saggio bellissimo che lei ha dovuto commettere omicidio per poter scrivere, cioè ha dovuto uccidere la madre, cioè il fantasma della madre, che avrebbe voluto farla diventare una signora ‘bene’, che si sposa eccetera.

Secondo lei qual è l’aspetto più moderno di Virginia Woolf, se dovesse indicare qualcosa per cui la sua voce ancora adesso può essere riconosciuta e ascoltata come qualcosa che abbia un valore anche nel nostro scenario letterario e di società civile?
Io credo che la Woolf che abbiamo riscoperto negli anni Settanta, che è stata riscoperta molto attraverso il movimento femminista – e cioè la Woolf di Una stanza tutta per sé, la Woolf delle Tre ghinee, dove appunto lei analizza la società patriarcale, fa il suo discorso ‘femminista’ contro la guerra, è quella che ci consegna un’eredità importante. Per me veramente è una delle donne che io ho messo nella mia genealogia. Perché in fondo che cosa mi ha insegnato? Mi ha insegnato che non bisogna mai arrendere la libertà, cioè che la libertà è un valore senz’altro superiore alla stessa affermazione di sé, come la grande scrittrice o altro… L’importante è saper vivere e saper vivere un’esistenza libera, non convenzionale, non conformista, usando sempre la propria testa per pensare.