Laozi

«Non serve varcar la porta di casa/ Per conoscere il mondo;/ Né dalla finestra scrutare/ Per conoscere la Via del Cielo./ Più esci e t’allontani,/ Meno sai./ Il Saggio, pertanto, sa senza muoversi,/ Nomina (le cose) senza neppur scorgerle./ (Agli esseri) assicura piena realizzazione, senza adoprarsi».

Un piccolo libro, di poco più di 5.000 parole, ma secondo solo alla Bibbia per traduzioni. La sua influenza è stata notevole, in Asia e in Occidente.

E’ il Laozi, noto anche come Daodejing (Classico della Via e della Virtù), il testo canonico del daoismo. Un testo di poesia sapienziale: il pensiero filosofico è enunciato in prosa poetica, in parte rimata, che, come sottolinea Maurizio Scarpari nel saggio introduttivo della nuova traduzione proposta da Einaudi (a cura di Attilio Andreini), «è al tempo stesso concisa e ricca di metafore e di suggestive immagini di grande valore letterario, pur abbondando di termini oscuri non sempre facili da tradurre». Proprio per questa sua ricchezza il testo è stato interpretato nelle varie epoche con moltissime chiavi di lettura, che ne hanno esaltato gli aspetti metafisici, religiosi e mistici ma persino medici, protoscientifici, astrologici, o di strategia politico-militare. Insomma un testo in cui si trovano inesauribili risposte.

Ad accrescere il fascino dell’opera è il mistero attorno all’autore. In prevalenza si ritiene che si tratti di un personaggio immaginario. Alcuni studiosi invece pensano che Laozi sia esistito, attorno al VI secolo a. C. Alla sua figura, così leggendaria da oscurare quella di Confucio, si attribuisce fin dal II secolo a. C. il rango di saggio supremo. A partire dal I. secolo è considerato un Immortale a cui destinare sacrifici. Venerato come una divinità e personificazione del Dao, successivamente è identificato con Budda. Secondo la biografia di Laozi scritta da Sima Qian, il fondatore del Daoismo (nella duplice espressione di filosofia e movimento religioso) sarebbe stato archivista presso la corte reale di Zhou nel periodo in cui visse Confucio, che ne rimase impressionato al punto da paragonarlo «a un drago capace di ascendere al cielo a cavallo di una nube o del vento». A un certo punto Laozi avrebbe intrapreso un viaggio verso Occidente per convertire i barbari dell’India e dell’Asia centrale, e il comandante della guarnigione a presidio di un passo montano, intuendo che non sarebbe più tornato, gli avrebbe chiesto di mettere per iscritto i suoi precetti affinchè non fossero dimenticati. Storia e leggenda sono indistinguibili, e il nome stesso di Laozi è stato interpretato in vari modi: come Vecchio Maestro ma anche come Vecchio Bambino; zi significa infatti sia ‘maestro’ che ‘bambino’. Nei tre miti che si svilupparono sulla nascita di Laozi, egli infatti sarebbe stato partorito con i capelli bianchi, da anziano dunque già da saggio.

Il testo non offre meno misteri. La ragione fondamentale di una nuova traduzione è dovuta ai nuovi ritrovamenti archeologici, che hanno peraltro imposto un riscrittura delle conoscenze sulla Cina preimperiale e anche del primo periodo imperiale. «E’ in corso – afferma Scarpari – una vera e propria rivoluzione culturale: interi capitoli della storia del pensiero cinese dovranno essere riscritti nei prossimi anni, sulla base soprattutto dei numerosi manoscritti su bambù o seta messi a disposizione degli studiosi da archeologi e paleografi, sempre più esperti nelle tecniche di recupero di questi preziosi materiali».

Il testo base è quello costituito dalla copia manoscritta su seta rinvenuta in una tomba a Mawangdui (221-180 a.C., scoperta nel 1973), integrata dai manoscritti di Guodian (risalenti al 300 a.C., scoperti nel 1993). Un aspetto interessante è la ‘fluidità’ dei testi, data dal supporto di listarelle su cui erano scritti, e che potevano essere riassemblate in varie combinazioni, e reinterpretate, trascritte, rielaborate da autori diversi nel corso di periodi molto lunghi. Lo stesso concetto di testo originale assume così tratti incerti. Un pregio non piccolo di questa traduzione, corredata da un ricco commento filologico, è che del testo rende, e ci fa assaporare, il suo respiro poetico.
(Cristina Bolzani)

«Colui che sa, non ne parla,
Colui che parla, non ne sa.
Le entrate, bloccale.
Le porte, serrale.
(La Via) attenua il bagliore,
Le disperse polveri raduna,
Le asperità ottunde,
I nodi dipana.
La si definisce ‘Arcana Unione’.
Sicché con Essa non v’è modo di entrare in intimità,
E, in fondo, neppur di scansarLa.
Non v’è modo di favorirLa,
E, in fondo, neppur di danneggiarLa.
Non v’è modo di onorarLa,
E, in fondo, neppur di denigrarLa.
Ecco perché dal mondo intero è onorata.

Agisci senza adoprarti,
Con distacco, le mansioni assolvi,
Il palato delizia con ciò che è insapore,
Guarda al piccolo come se fosse grande,
Alla penuria come se fosse abbondanza,
Ripaga il malanimo con magnanima Virtù.
Sulle difficoltà pondera finché son facili da sbrogliare,
Bada a ciò che è grande a partir dalle minute inezie.
Le difficoltà, al mondo, da cose facili han principio.
Quel che è grande, al mondo, da minute inezie ha principio.
Il Saggio, dunque, mai persegue grandi imprese,
E riesce così a realizzarne la grandezza.
Promesse facili, da pochi saran credute;
Chi tutto fa semplice, solo difficoltà dovrà affrontare.
Poiché il saggio ogni cosa affronta come se ardua fosse,
Difficoltà, alla fine, non incontra».

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