Mercanti d’aura

«Alcune aziende erano recentemente interessate all’acquisto della mia aura. Non volevano i miei prodotti. Continuavano a dirmi: – vogliamo la tua aura – . Non sono mai riuscito a capire che cosa volessero. Ma sarebbero stati disposti a pagare un mucchio di soldi per averla. Ho pensato allora che se qualcuno era disposto a pagarla tanto, avrei dovuto provare ad immaginarmi cosa fosse.»
(A. Warhol, La filosofia di Andy Warhol)L’ orinatoio di Duchamp e la merda d’artista di Manzoni, i graffiti, l’arte povera e la body art, sono intelligenti provocazioni o abili operazioni di marketing? Nella società di oggi può esistere l’arte al di fuori del sistema dei critici e delle gallerie? Andy Warhol, uno dei simboli dell’arte contemporanea, era un genio o uno scaltro mercante di se stesso? O ancora: che cos’è che fa di un oggetto qualsiasi un’opera d’arte? Per cercare di rispondere a queste domande Alessandro Dal Lago (sociologo) e Serena Giordano (artista) hanno scritto a quattro mani un libro appassionato e divertente. Uno sguardo dall’esterno e uno dall’interno, la prospettiva del sociologo e quella dell’artista.

Gli autori, incrociando i rispettivi punti di vista, si definiscono piuttosto spettatori interessati, perché il loro interesse per le logiche dell’arte contemporanea va al di là della loro professione. Non si tratta di una sociologia artistica e neppure di una critica d’arte spruzzata di terminologia sociologica – precisano – ma del tentativo di «guardare al mondo dell’arte con uno sguardo al tempo stesso distaccato e coinvolto». Proprio per vedere l’arte in modo laico, svelata della sacralità che l’avvolge, è necessario guardare all’arte per quello che è, con disincanto, senza caricarla di troppe pretese.

Per Dal Lago e Giordano l’arte contemporanea è ancora una splendida metafora del nostro modo di vivere e della nostra cultura. «L’arte sembra viva e vegeta, a giudicare dal moltiplicarsi di musei ed esposizioni, nonché dalle quotazioni degli artisti e dall’effervescenza dei mercati. Lo ripetiamo, non vogliamo sostituirci ai filosofi dell’arte e ai critici nell’eterno discorso sulla natura dell’arte e sul senso dei suoi sviluppi. Vogliamo semplicemente comprendere come l’esistenza di esposizioni e musei, di mercanti e quotazioni e anche di un discorso sull’arte abbia a che fare con la natura dell’arte contemporanea e i suoi sviluppi più recenti».

Negli anni Trenta, il filosofo tedesco Walter Benjamin teorizzava che la riproducibilità tecnica, attraverso cinema e fotografia, avrebbe modificato il rapporto delle masse con l’arte. La serialità avrebbe così allargato la fruizione dell’arte, democratizzandola e dissolvendone l’aura sacrale. Rendendola capace di comunicare direttamente, senza intermediari, con il pubblico. Se Benjamin è geniale nel porre al centro del discorso la fruizione del prodotto artistico, oggi nella società dei consumi, i fatti sembrano smentirlo proprio sulla scomparsa dell’Aura, quel qualcosa di assolutamente immateriale che può risiedere nel contesto, nelle modalità di fruizione o di produzione, ma che infine risulta indispensabile per l’attribuzione di un’ opera al mondo dell’arte. «Dietro la sacralizzazione di opere che sembrano strane, quando non cervellotiche o perfino virtuali o presunte, scorgiamo esattamente quel lavoro di costruzione e messa in circolo dell’arte in quanto tale che abbiamo voluto render con il titolo del nostro libro».

Serve uno sguardo allargato, che tenga conto di contaminazioni e sconfinamenti, che vada al di là delle distinzioni tra cultura alta e cultura popolare. Oltre l’autoreferenzialità di tanti critici e galleristi, definiti i guardiani dell’arte, impegnati in una lotta senza quartiere contro l’allargamento della sfera dell’arte alle cosiddette arti minori. Anche tra gli artisti sembra infatti prevalere la tendenza al superamento dei confini tra generi e l’affermazione di una figura relativamente nuova, quella dell’artista totale. Artisti come Warhol, Cage, Greenaway, e prima Schönberg e Kandinskij, tendono a superare la tradizionale divisione delle arti, così come si è affermata nella storia dell’arte e nell’estetica. Andy Warhol, lavorando tra grafica, cinema e pittura, ha operato in modo esattamente contrario all’ipotesi di Benjamin: la riproducibilità e la riproduzione serializzata diventano esse stesse la fonte dell’aura.

Un libro dedicato al vecchio signore scandalizzato davanti ad un orinatoio trasformato in opera d’arte e a tutti coloro che guardano con un misto di sospetto e ironia all’arte contemporanea. Un saggio che può essere davvero utile, non solo per capire come mai qualcuno può arrivare a comprare all’asta, per migliaia di sterline, i quadri astratti di uno scimpanzè, ma anche per una ricognizione sullo stato di salute dell’arte contemporanea oggi. Passando attraverso la necessità di tracciare una nuova mappa di questo arcipelago che chiamiamo arte, dei suoi confini, delle sue contraddizioni e provocazioni, e naturalmente sempre chiedendosi «perché qualcuno che si taglia con una lametta in una galleria d’arte è considerato un artista contemporaneo ma non lo è un cuoco o uno stilista?». Ma l’arte è soprattutto uno specchio che riflette il nostro modo di essere. Alla fine gli autori sintetizzano così la loro tesi: «L’ arte di oggi è una sfera culturale che esprime più di ogni altra, la natura mercantile del nostro mondo».

Il segreto dell’aura dell’ arte, della sua sacralità e impenetrabilità, sta forse proprio nella nostra incapacità di guardarci per come siamo e metterci in discussione. Attenti allora a non aprire il Vaso di Pandora. L’arte in fin dei conti va bene così, non ci sottomette né ci emancipa. «Se poi qualcuno osservasse che in questo modo escludiamo dall’arte il cambiamento, risponderemmo: proprio perché l’arte ufficiale esprime oggi il senso profondo di una società mercantile, arida e gerarchizzata, sarà meglio agire su questa, se vogliamo che anche l’arte sia un’ altra cosa».
(Riccardo Frugone)