Everyman e L’anno del pensiero magico

L’incipit di L’anno del pensiero magico:

“La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.”

E l’incipit di Everyman:

“Intorno alla fossa, bel cimitero in rovina, c’erano alcuni dei suoi ex colleghi pubblicitari di New York che ricordavano la sua energia e la sua originalità e che dissero alla figlia, Nancy, che era stato un piacere lavorare con lui.”

Due diversi approcci – il primo autobiografico, il secondo romanzesco – affrontano una stessa incandescente materia: la mortalità. Il non esserci più, il morire, in quello che significa per chi rimane; il tormento, il “massacro” dell’essere vecchi, della lotta tra la memoria del passato e il tempo davanti che si assottiglia. Un tempo così oppresso da problemi fisici, quello del protagonista di Philip Roth, quell’Everyman che prende il nome da una anonima rappresentazione allegorica quattrocentesca, che ha per tema proprio questo, la chiamata dei viventi alla morte. Da una parte la stoica accettazione di Roth, ateo che si avvicina alla fine senza alcun tipo di consolazione religiosa. Dall’altra l’empatica visione di Joan Didion, che racconta il dolore del vuoto che resta, ma senza filtri, senza una trama, senza neppure la forma del romanzo. Ma come un anno di giorni e ore che servono per accettare che la persona con cui ha vissuto per anni, davvero non torna più.

Che cosa resta del pubblicitario di successo, padre di due figli di primo letto che lo disprezzano, e di una figlia nata dal secondo matrimonio che invece lo adora? Alla fine, pochi ricordi, spesso legati allo strazio fisico di operazioni o a qualche amarezza legata ai ‘lutti’ dei suoi matrimoni falliti. Ricordi che precedono l’ultimo atto della bara inabissata in quel cimitero di New York. Ma la cosa più straziante è sempre la normalità, il constatare ancora una volta che la realtà della morte schiaccia ogni cosa.

Nell’Anno del pensiero magico il non esserci più è visto in modo fenomenologico, dal punto di vista di chi resta e vive la catastrofe di un vuoto da gestire, aggirare, procrastinare in nome di un magico, ma ancora possibile chissà, ritorno indietro, magico rewind che riporta in vita la persona amata. Il romanzo autobiografico di Joan Didion (edito da Il Saggiatore) è approdato a Broadway con Vanessa Redgrave interprete solista del testo teatrale. (c.b.)