Nei boschi eterni

Le storie di Fred Vargas hanno una qualità metafisica. Non solo perché sono gialli a enigma, dove la violenza – diversamente da molti altri esempi del ‘genere’ – non è quasi descritta, sembrando il semplice, anche scontato, corollario di dinamiche mentali molto più interessanti da raccontare. Ma anche, soprattutto, per lo sguardo malinconico con cui veniamo a conoscere gran parte di quelle storie.

Quello del commissario Adamsberg, simpatico svagato, malinconico e apparentemente astratto “spalatore di nuvole” (così lo definiscono i suoi colleghi poliziotti canadesi in Sotto i venti di Nettuno) che però integra con saggezza razionalità e intuizione. In quest’ultimo romanzo poi, viene mostrato nelle vesti di padre tenero, alle prese con un bimbo di nove mesi, avuto dalla sua amata, ma sempre fuggitiva Camille, di professione idraulica e musicista.

Del resto anche la scrittrice è altrettanto fascinosa del suo antieroico eroe. Medievalista e archeozoologa (studiosa di animali dell’età medievale), scrive durante le vacanze. Si firma con uno pseudonimo in omaggio alla sorella gemella, Jo Vargas, pittrice, che a sua volta lo ha copiato dal personaggio interpretato da Ava Gardner in La contessa scalza. La sua scrittura evoca atomosfere alla Edgar Allan Poe, e sulla letteratura gialla, o poliziesca, ha un’opinione precisa:

“La mia idea – spiega in un’intervista a Beppe Sebaste – è che si tratti di un genere arcaico, che tocca la letteratura epica dell’antichità e cose come il concetto greco di catarsi, e l’angoscia vitale della mitologia (…) tutto un universo di storie in cui conta la scoperta, la risoluzione finale, dove si uccide il mostro e si salva la fanciulla, oppure si trova il tesoro, cioè la conoscenza. Conoscenza che è soprattutto scoperta e cognizione del pericolo, ciò che permette di continuare a vivere, vivere in modo nuovo, rinnovato”.

In Nei boschi eterni due cadaveri portano Adamsberg sulle tracce di una monaca pazza. Ossessione fantastica e realtà si mescolano insieme a pozioni magiche, dissociazioni mentali, cervi straziati e corpi di vergini profanati. Alla fine la soluzione compare, si fa strada nell’interiore, ininterrotto brusio del commissario, alle prese con indizi assurdi ma anche con un suo passato improvvisamente presente. Attraverso due personaggi che ne hanno fatto parte, l’eccentrico tenente Veyrenc che parla quasi solo con versi di Racine, e l’algida patologa Ariane Lagarde.

L’intreccio non penalizza nella Vargas lo stile ironico e lo humour, quel modo di delineare un personaggio grazie a una semplice battuta. In Chi è morto alzi la mano l’improvvisa comparsa di un faggio e la quasi simultanea scomparsa di una cantante lirica greca trasformano un trio di giovani storici in improbabili Sherlock Holmes… E comunque, letto uno si cade facilmente nella dipendenza; gli altri tradotti finora sono L’uomo a rovescio, Parti in fretta e non tornare, Io sono il tenebroso. Provare per credere. (Cristina Bolzani)

Nei boschi eterni
(Dans le bois éternels, traduzione di Margherita Botto)
Einaudi, 2007
390 pgg.
15,80 euro