La grammatica di Dio

La bibliografia benniana conta oramai un numero molto considerevole di titoli. Tuttavia anche quest’anno, a Natale, ne abbiamo trovato uno nuovo, fresco di stampa, sugli scaffali. E sì che negli ultimi due decenni lo scrittore bolognese ha sfornato un volume l’anno, o quasi: s’è mosso con disinvoltura tra la narrativa (romanzi e racconti), la musica e il teatro; ha calcato il palcoscenico e pubblicato libri illustrati e audiolibri multimediali; i suoi volumi sono stati ristampati in ogni formato… Un ritmo quasi balzachiano che però sembra aver spremuto eccessivamente la pur fervida fantasia e l’innegabile talento di una delle principali firme del catalogo Feltrinelli, quella del “Lupo”.

È forse tutta qui – a conferma di una tendenza già intravista negli anni recenti – la ragione della sensazione di triste aridità che l’ultima fatica di Benni trasmette. “La grammatica di Dio – Storie di solitudine e allegria” è il titolo altisonante dell’ennesima raccolta di racconti sospesi tra realtà e fantasia, immersi nell’immaginario consueto del Benni scrittore.
Certo: non mancano i personaggi divertenti e riusciti. Però nessuno di loro graffia, nessuno fa innamorare, né sognare. Tutti, anzi, sembrano ricalcare qualcosa di già letto, già raccontato, già sognato. Dalla lettura – mai faticosa: il più gradito regalo del libro – emergono tanta nostalgia e tanta inerte depressione, come se il pozzo d’acqua fresca al quale Benni ha attinto per anni si fosse ormai disseccato, così come la Terra, il pianeta osservato da Bah-Gay e Bah-Gayen, due coinvolgenti personaggi dell’ultima, affollatissima  galleria.

E poi… Cascine circondate dal cemento abbandonate da mostri amichevoli e nostalgici; avventure sadomaso di menti banalmente crudeli; la parossisitica fedeltà di un cane miracolato… Un armamentario trito che, spiace dirlo, dopo tanti anni e tante repliche suona falso.

Benni fu capace di regalare al suo pubblico un miracolo, con “Baol” (1990): in piena maturità artistica rinnovò la sua vena narrativa con forza e coraggio;  segnò un’epoca (non solo letteraria), prefigurando con spietata efficacia una società che si inverò ricalcandone la fantasia quasi con esattezza, negli anni successivi. Da allora, dall’epoca della sua seconda nascita, il “Lupo” ha vagato a lungo nella steppa del mercato culturale, tenendosi stretto un pubblico molto affezionato che, pur fedele al botteghino, non è più disposto ad apprezzare qualsiasi invenzione imposta dall’editore, nonostante il doveroso omaggio a Kurt Vonnegut che lampeggia, limpido, in un angolo del libro.  (sl)