Spook Country

Lo scrittore che fu profeta di Internet e capofila del genere cyberpunk continua il percorso inaugurato nel 2003 con L’accademia dei sogni: abbandonata la fantascienza, che lo ha reso un autore cult, William Gibson racconta il suo presente. Al centro di Spook Country ancora un personaggio femminile, Hollis Henry, ex rockstar in una band ormai sciolta e riciclata come giornalista per una rivista di tendenza in via di creazione, Node, che fa il verso a Wired, gestita da un magnate curioso, Hubertus Bigend, già comparso nel romanzo precedente, attento alle correnti sotterranee della nostra cultura, quasi come fosse un alter ego dello scrittore.

Si inizia a Los Angeles, si passa per New York, si finirà a Vancouver. Attraverso una scansione in capitoletti, Gibson alterna tre storie che nel corso del libro troveranno il modo di sovrapporsi, così che le ricerche su una forma d’arte che usa la realtà virtuale come museo porteranno la protagonista a indagare su un progetto segreto che coinvolge spie, militari e un ragazzo cubano, Tito, depositario di un esoterico e fluido sistema di combattimento e di fuga mimetica.

Spook Country, ancora inedito in lingua italiana, non è all’altezza de L’accademia dei sogni di cui sembra a volte una parafrasi: il racconto è troppo spezzettato, la tensione creata non trova punti di rottura efficaci, ma resta interessante il tema del potere che schiaccia e mette le persone sul suo libro paga dando per scontato il controllo millimetrico sull’umanità con Echelon sullo sfondo; ricorre anche l’ossessione per le marche e i brand: Tito ha Adidas GSG9s, Hollis ha un Powerbook e nel cuore dell’indagine finiscono degli iPod (con mp3 sovrascritti in “steganografia” per nascondere informazioni), anche se un po’ specchietti per le allodole per lettori modaioli e casuali. (fg)