La musica sveglia il tempo

“Questo non è un libro per musicisti o per non-musicisti, è piuttosto un libro per le menti curiose di scoprire le corrispondenze fra musica e vita, e la saggezza che diventa comprensibile all’orecchio pensante. Tali scoperte non sono privilegi riservati ai musicisti di grande talento che fin dalla più tenera età ricevono un’educazione musicale, né una torre d’avorio o un lusso riservato ai ricchi; sono convinto che sviluppare l’intelligenza dell’orecchio sia una necessità fondamentale.”

Così scrive nel ‘preludio’ al suo saggio La musica sveglia il tempo il pianista e direttore d’orchestra ebreo argentino Daniel Barenboim (che dal 1952 si è trasferito in Israele). Un saggio eclettico, che spazia tra musica, filosofia, società e storia e che, diversamente dagli intenti divulgativi del suo raffinato autore, certo presuppone nel lettore una buona conoscenza del repertorio musicale classico. Dopo aver esordito affermando la sua ferma convinzione “che sia impossibile parlare della musica”, Barenboim comincia passando in rassegna le numerose definizioni che ne sono state date e dice subito che il suo tentativo di individuare dei collegamenti tra “l’inesprimibile contenuto della musica e l’inesprimibile contenuto della vita”, è un ardimentoso e dunque affascinante tentar l’impossibile. 

Un esempio del procedere di questa avventura intellettuale  arriva dal ‘suo’ amato Wagner – della cui interpretazione il Maestro ha offerto recentemente una  prova superba, nella sua interpretazione del Tristano e Isotta alla prima della Scala – e esattamente a proposito dell’attacco di quest’ultima opera: l’attacco prende il via da un’unica nota, che può appartenere a molte tonalità diverse e dunque crea una sensazione di ambiguità e attesa che prepara il famoso “accordo di Tristano”. “Nella vita al di fuori della musica – scrive Barenboim – l’ambiguità non è un attributo necessariamente positivo – spesso è segno di indecisione, e nell’ambito politico indica la mancanza di una direzione sicura -, ma nel mondo del suono l’ambiguità diventa una virtù poiché offre molte possibilità diverse da cui procedere. Il suono ha una tale possibilità di creare un legame fra tutti gli elementi per cui nessun elemento è unicamente negativo o positivo. Attraverso la musica, in realtà, persino la sofferenza può essere piacevole. (…) La musica è sempre contrappuntistica, nel senso filosofico della parola. Anche quando è lineare, in essa coesistono sempre elementi opposti, a volte persino in conflitto tra loro. La musica accetta in ogni momento i commenti di una voce da parte dell’altra, e tollera gli accompagnamenti sovversivi come l’antipode necessario delle voci principali. In musica, il conflitto, il rifiuto, l’impegno coesistono sempre”. Ecco spiegate in poche pennellate sapienti la natura ‘contrappuntistica’ della musica e la fattispecie (rivoluzionaria) del cromatismo wagneriano.

Di molto altro parla il Maestro. Di Spinoza e di come la sua Etica sia stata per lui un’opera fondamentale; di Mozart, Bach, Schoenberg. Di “trasparenza”, di differenza “tra contenuto e percezione”. “In musica, come nella vita, possiamo parlare davvero solo delle nostre reazioni e delle nostre percezioni. E se provo a parlare di musica, è perché l’impossibile mi ha sempre attratto più del difficile.” E parla a lungo, anche attraverso le affinità con la musica, del conflitto israeliano-palestinese. Barenboim, lo ricordiamo, ha fondato, insieme a Edward Said, l’orchestra West Eastern-Divan (il nome prende spunto da una raccolta di poesie di Goethe) formata da musicisti israeliani e palestinesi; e ne è il direttore musicale. A sostegno della sua grandezza non solo artistica ma umana e umanitaria, basti ricordare che l’israeliano Barenboim ha ottenuto da poco il passaporto del’Anp, del “nemico”, per i meriti acquisiti nel diffondere la musica in Palestina. (Cristina Bolzani)