L’importanza di chiamarsi Hemingway (secondo Burgess)

Il più grande merito del saggio scritto dall’autore dell’Arancia meccanica, Anthony Burgess , è che fa venire voglia di rileggere Hemingway, a cominciare da quei Quantanove racconti (frutto di un viaggio in Africa nel ’33-’34) che sono una perla – di stile (che molto deve a un’altra americana di genio, Gertrude Stein), nitore, energia e anche violenza della narrazione, capace di raccontare ‘da dentro’ – nella letteratura del Novecento; di quel ritmo che rimarrà per tutti i romanzi successivi il suo passo, scandito dalla paratassi, dalla naturalezza dei dialoghi, dal ricorrere sempre gli stessi ossessivi temi, o ‘giochi’, di sfida alla morte: Bergman lo fa davanti a una scacchiera, Hemingway fissando un toro o puntando il fucile addosso a un leone. Perché le corride, i safari, non sono che giochi con la morte, dai quali nascono capolavori come i due racconti Le nevi del Kilimangiaro, e La breve vita felice di Francis Macomber; il primo sul rimorso, il secondo (molto misogino) sulla paura. Entrambi diventati film famosi.

L’importanza di chiamarsi Hemingway racconta la vita, di per sé romanzesca, dello scrittore, senza subirne la fascinazione per l’eroico, ma anzi schernendo il Mito Hemingway, intersecandola di continuo con la sua opera, i romanzi e lo stile. Il risultato è un lavoro equilibrato, dove alla sua natura bugiarda e sbruffona e machista si contrappone la grandezza, anti-intellettualistica, dell’artista. Insomma, “l’uomo Hemingway fu una creazione, al pari dei suoi libri, e una creazione di qualità molto inferiore”. Anche se poi con empatia, Burgess scrive: “Con un minimo di carità dovremmo ammettere che era uno scrittore straordinario e si poteva permettere bugie e accessi di collera”.

Ma in cosa consiste la grandezza dell’autore di Addio alle armi e Fiesta? Nel fatto, sostiene Burgess, che Hemingway ” ha fatto della prosa narrativa un mezzo di espressione fisica, privo di cerebralismi e di astrazioni, fatto su misura per il suo eroe, duro, stoico, inquieto, dotato di quel tipo di coraggio che abbiamo imparato a chiamare ‘grazia che traspare sotto la tensione'”. Lo scrittore fu capace di “spostare la sede estetica della lingua dalla sua tradizionale ubicazione, la testa e il cuore, e ancorarla saldamente a nervi e muscoli”. Eppure nella sua vita ci sono ombre difficili da diradare. Non tanto la sua propensione all’eroismo, che ispira profondamente la sua opera e si esprime molto presto nella sua vita, nell’episodio-chiave di quando venne ferito mentre portava in salvo un soldato italiano durante la Prima guerra mondiale; ma semmai la sua vocazione al machismo, dietro cui, secondo Burgess, c’era una grande paura dell’impotenza. Ma soprattutto lo aspetta la depressione, dalla quale non lo proteggono la vita avventurosa, le quattro mogli, le amicizie femminili con le dive Marlene Dietrich  e Ava Gardner, il premio Nobel nel 1954 dopo “Il vecchio e il mare”… Come il padre, Hemingway si suicida, per quanto fosse contario a quel gesto estremo . Per lui, scrive Burgess, “La morte era certa, ma la vita era virtuosa. Il corteggiamento della morte era un aspetto della vita virtuosa, ma abbracciare la morte non era permesso. Si deve sempre mantenere uno stato di grazia sotto la tensione, non importa quanto sia pesante la tensione”. (“Grace under pressure”, una delle sue espressioni più famose , era una qualità che secondo Hemingway dovevano possedere i toreri, oltre al coraggio.) “Benché i difetti dell’uomo – scrive Burgess alla fine – abbiano mutilato l’opera, al suo meglio Hemingway è una forza generatrice di ulteriori sviluppi, pari a quella di Joyce, Faulkner o Scott Fitzgerald. E anche nel peggio ci ricorda che, per impegnarsi nella letteratura, bisogna prima impegnarsi nella vita”. (Cristina  Bolzani)

 Su Internet
L’inizio del libro (Minimum Fax) 
Un ritratto vivace dello scrittore e ‘amico’ Hemingway , si trova nei Diari di Fernanda Pivano (1917-1973) (Bompiani). Qui ricorda la sua indignazione da gran bevitore.
«Anch’io lo chiamavo Mr. Papa e lui mi chiamava Daughter, figlia; era sempre indulgente e paziente con me, ma quando gli avevo detto che ero astemia gli avevo mozzato il fiato. “Questa non me la dovevi fare , Daughter”, mi aveva detto con quel suo modo di sussurrare le parole incespicando un poco e rendendo anche più difficile ai non iniziati capire la sua “lingua franca” , quel suo miscuglio di Americano, Francese e Spagnolo con qualche punta di Tedesco». (pp. 201-202)

Ernest Hemingway (Wikipedia)
Ernest Hemingway (Nobelprize.org)
http://www.ernest.hemingway.com/