Cani selvaggi

L’inizio di questa storia scandita da  dialoghi e descrizioni essenziali è di quelli folgoranti che ricordano un’altra canadese, Alice Munro.

«I cani selvaggi si aggirano per i campi estivi appena fuori città. Hanno occhi che lampeggiano, stelle brillanti nei boschi di notte, e sfrecciano come fiamme sull’erba secca al limite del centro abitato, in cerca di qualcosa da uccidere e mangiare.

L’amore è come quei cani selvaggi. Se ti salta addosso, non molla la presa. E quello che non puoi mai sapere all’inizio è con quale intensità e quanto a lungo amerai; in quali modi un amore finito ti darà la caccia, un salto dopo l’altro come fuoco misterioso che ti scorre nelle vene. I cani selvaggi esistono davvero. Sono lì fuori, oltre la sicurezza delle strade e delle case, oltre le luci della città. E uno di quei cani è il mio.»

L’inizio di Cani selvaggi di Helen Humphreys (traduzione di Caterina Cartolano e Daniela Fortezza), storia scandita da molti dialoghi e poche essenziali descrizioni, è di quelli che potrebbero appartenere all’immaginazione della grande scrittrice di racconti Alice Munro, non a caso anche lei influenzata dalla vicinanza alle foreste canadesi. In entrambe il paesaggio nel quale si muovono i personaggi gioca un ruolo importante, e anche la parte naturale, ‘selvaggia’ e non addomesticabile dei loro caratteri è ben raccontata.

Sei cani sono fuggiti dai loro rispettivi padroni, un giorno a loro hanno preferito i grandi spazi e la condizione dei branco. Ma i padroni non si rassegnano a una vita senza i compagni di quotidiane complicità. Ogni giorno si ritrovano ai margini del bosco e li chiamano. Sperano che i cani tornino a casa. Da questa semplice trama si sviluppa una storia molto evocativa, sull’amore e sul senso della perdita, sulla libertà. Una storia nella quale il parallelo tra uomo e natura è forte e continuamente fa riflettere.

 «I cani sono opportunisti e sanno cosa è meglio per loro. E io li ammiro per questo, perché sanno di cos’hanno bisogno. Non fingono. Vivono solo nel presente e non hanno mai paura, non evitano gli ostacoli, affrontano la vita. Sono tutto quello che le persone dovrebbero essere.»

 Tra i sei personaggi nascono amicizia, solidarietà, modi per scacciare la solitudine; e anche un amore (tra la voce narrante, Alice, e Rachel). Ma quello che sta sotto la trama e insiste è la domanda ‘filosofica’ inesaudita di come sia possibile che un cane scelga di diventare selvaggio e lasciarsi alle spalle un padrone devoto e una comoda casa. Alla fine l’unico modo è accettare l’ambivalenza misteriosa e vitale della natura.

«Non penso più che la mia vita riguardi ciò che mi è successo. Riguarda ciò che ho scelto di credere. Non è quello che vedo, ma quello che penso che sia là fuori. E alla fine, ecco quello in cui credo.
Il cuore è una creatura selvaggia e in fuga.
Il cuore è un cane che torna a casa.»

La prima parte della storia è raccontata da Alice in prima persona, nella seconda parlano anche gli altri personaggi in brevi monologhi, nell’epilogo torna la voce narrante. Il tutto con un ritmo, a tratti, da prosa poetica. Del resto l’autrice è anche poetessa. (Cristina Bolzani)

Intervista a Helen Humphreys

Su Internet: Playground Libri – Recensione di In Fuga di Alice Munro