Revolutionary road

Revolutionary Road è uno di quei romanzi di cui si leggono le oltre 400 pagine senza accorgersene. Scorrevole e profondo, a tratti ridicolo, spesso tragico. Insomma, un classico.

Proviamo a parlarne a prescindere dal film di Sam Mendes, che ha tradotto la storia con una fedeltà al testo e ai personaggi sconcertante.

Citiamo solo una scena, quella che rappresenta il giovane ‘uomo qualunque’ Franck Wheeler (Leonardo DiCaprio) mentre in una fiumana di uomini vestiti di grigio come lui nelle ore del mattino va in ufficio, per quello che lui stesso definisce “il lavoro più cretino che si possa immaginare” . Quella è un’immagine potente, l’unica collettiva in un film che è un dramma individuale tra mura domestiche, l’unica che rende la frenesia omologante di una società consumistica, quella degli anni Cinquanta ma comprensibilissima anche oggi, e dove, preludio dei fasti a venire nel settore, il protagonista lavora in una società di informatica.

Frank ha ventinove anni, è sposato con April, aspirante attrice e seducente snob. Il loro tempo è scandito da sigarette e martini dall’inizio alla fine, che sono il ‘correlativo oggettivo’, nel noioso quartiere suburbano e triste via di mezzo – né grezza campagna né vitale città (“Le circostanze economiche potevano obbligarti a vivere in un ambiente del genere, ma ciò che contava era non farsi contaminare”, pensa lui)-, della loro evidente insoddisfazione e di una sorta di fluttuazione emblematica nel limbo degli ideali (dell’Io).

Nell’assoluta ignoranza di se stessi e dei loro desideri, Frank e April sono condannati a restare sospesi tra due idee di esistenza ‘dettate’ dall’esterno. Incarnano per una naturale acquiescenza quella familiare e piccolo-borghese da sogno americano, ma vorrebbero elevarsi – come intellettuali bohemiens – al di sopra della folla, della frustrazione di chi vede il tempo ridimensionare i sogni, della happy family e della villetta con giardino, dai doveri di genitori e dalle insipide serate con i vicini di casa.

« “Ciao!”, esclamarono a vicenda.
“Ciao!…” “Ciao”.
Quest’unica parolina allegra, sbocciata nel crepuscolo che andava addensandosi e rimandata dall’uscio della cucina dei Wheeler, costituiva per tradizione l’annuncio di un ricevimento serale. Poi vennero le strette di mano, i baci dati con labbra solennemente increspate, i sospiri di amabile stanchezza – A-a-a-h” e “U-h-h” – a suggerire che chilometri e chilometri di sabbia ardente erano stati percorsi per trovare quest’oasi o addirittura che il respiro stesso della vita era stato trattenuto, dolorosamente, in attesa del promesso sollievo. In soggiorno, dopo aver posato appena le labbra con una smorfia allegra sull’orlo gelido dei rispettivi bicchieri, si raccolsero in un attimo di mutua ammirazione, poi si lasciarono andare in varie pose di controllato collasso!”. »

Ma la loro fuga dall’ordinario si rivela anche più patetica del mondo che cercano di sfuggire. Lui trova rifugio nel trito cliché di una storia di sesso con una collega, lei altrettanto banalmente gli propone un trasferimento romantico a Parigi, per fare non si sa bene che. Alla proposta di April Franck a parole dice sì, ma nei fatti cerca di costruirsi un solido alibi per restare: una promozione. Anche April a parole costruisce un’immagine di sé che differisce profondamente dal disagio con se stessa. Finché l’arrivo di John, il ‘pazzo’dalla spietata lucidità che svela le false coscienze, e una maternità indesiderata fanno cadere a pezzi i fragili copioni di ciascuno dei due attori che peraltro, al di fuori delle battute da coppia velleitaria, non sanno volersi bene davvero neanche per un attimo.

Non stupisce che Richard Yates riconosca nei due romanzi Il grande Gatsby e Madame Bovary le sue principali fonti d’ispirazione. In Revolutionary Road c’è una inquietudine, un senso premonitore del dramma incombente, che si scioglie solo nelle ultime pagine.

«Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali. Era invincibilmente allegro: un paese dei balocchi composto di casette bianche e color pastello, le cui ampie finestre prive di tende occhieggiavano miti in un intrico di foglie verdi e gialle…»

La sua scrittura levigata, attenta a far risuonare ogni sfumatura di grigio e desolazione, ricorda quella di Fitzgerald, per quanto sia priva della leggerezza e della luce visionaria e inesorabile come il destino, che dà un senso alla storia di Jay Gatsby.

Di madame Bovary il personaggio femminile ha la inafferrabilità; il sogno romantico di Emma con Rodophe assomiglia al progetto di fuga francese di April, almeno nel senso che entrambe sono maschere di una incapacità di piegarsi ai ritmi dell’esistenza, di accettarla. Ma Emma ha una purezza e una grandiosità nei suoi intenti e nelle sue fantasticherie che April ignora del tutto, immersa in una quotidiana modernità che la vuole ‘piccola donna’ casalinga di un quartiere dai colori pastello, e attrice di un costante compromesso con la sua vita interiore. A cominciare da quello con la sua storia, di bambina abbandonata dalla madre suicida. Una desperate housewife che nessun sollazzo edonista salverebbe.

Alla fine, in questo dramma che sa di contemporaneo nonostante sia stato scritto mezzo secolo fa, neanche la psicoanalisi esce dal quadro desolante dei ‘luoghi comuni’. Un Frank straziato nelle ultime pagine confessa di essere entrato in analisi e di aver affrontato il suo rapporto con il padre, del quale pur disprezzandola ha seguito la strada professionale. Alla fine prevalgono, ancora, i cliché e i resoconti consolatori dei vicini. Ma tanto, come farebbe qualcuno, basta spegnere l’apparecchio acustico. (Cristina Bolzani)

Su Internet: www.richardyates.org – Revolutionary Road (il film) – Minimum Fax