Amore a Venezia, morte a Varanasi

Geoff Dyer è famoso per avere scritto anni fa un libro dedicato ad alcuni grandi del jazz, dal titolo Natura morta con custodia di sax. Da allora ha scritto dei saggi, tra i quali uno dedicato alla fotografia, L’infinito istante (Einaudi). Le sue passioni sono letteratura, musica e fotografia. Ora è tornato alla narrativa con una storia divisa in due Amore a Venezia, morte a Varanasi (titolo originale “Jeff in Venice, death in Varanasi”, traduzione di Giovanna Granato).

L’aspetto più interessante e riuscito dell’avventura di Jeff sta proprio nella sua doppia location, che rimanda a due modi di sentire all’apparenza impermeabili tra loro. Nella prima parte si racconta, infatti, delle vicende edoniste del protagonista attorno alla biennale dell’Arte e ai suoi eventi mondani-glamour, con cene e bellini e birre a profusione sulle terrazze nel caldo torrido, e sesso e coca insieme alla californiana Laura, mentre scorre l’inarrestabile conversazione-pour parler su artisti famosi.

E con rimandi alla Morte a Venezia di Thomas Mann – ma l’unica cosa che unisce le due storie è la tinta ai capelli dei rispettivi protagonisti (molto più drammatica, comunque, nella versione manniana – almeno nella traduzione cinematografica di Visconti – quando il caldo torrido sulla spiaggia fa colare il nero sul viso già sofferente di  Aschenbach-Dirk Bogarde). Di sentimenti, o anche di emozioni, non si parla neanche di striscio, e quando si lasciano chiudono la parentesi lagunare senza osare chiedersi se e quando si rivedranno.

Stacco. Seconda parte. Jeff è in India, a Varanasi. Il suo io si diffonde nel mondo di povertà che lo circonda, tra i colori vivaci dei templi, l’odore di cadaveri bruciati sulle rive del Gange e di ghirlande di fiori che non profumano, anzi puzzano. Fino alla fine speriamo che un filo si riannodi e che magari la fascinosa Laura si ripresenti sulle rive del grande fiume. Invece no. L’ormai magrissimo Jeff si perde nella dimensione di una inedita sofferenza fisica, senza mostrare di sentirla. E forse ha trovato (e per questo non vuole ripartire) quell’assenza di desiderio che si oppone al primo lungo piano sequenza sulla laguna.

Una storia bifronte, nella quale le due parti sono manifestazioni dell’io protagonista. Jeff, edonista-estatico. Raccontate con musicalità di linguaggio, molta ironia e attenzione ai dettagli. Il filo che le lega è un basso continuo di quasi impalpabile disperazione, scandita nella prima metà dal ‘presto assai’ del piacere, e nel secondo dal ‘lento’ trascorrere di dolore e sollievo. La continuità è nell’acqua, del Gange e della Laguna: due luoghi di pellegrinaggio, turistico e spirituale. Due ‘viaggi’, che diventano uno. (Cristina Bolzani)

Geoff Dyer (Guardian)