Cronache dalle fornaci cinesi

“È stato leggendo gli articoli che all’epoca venivano pubblicati sulla stampa cinese che mi è venuta l’idea alla base di questo volume: perché per una volta non raccontare uno scandalo del lavoro in Cina partendo dal punto di vista dei cinesi stessi? Perché non utilizzare materiali originali per descrivere il flusso degli eventi, la psicologia dei personaggi, l’indignazione dei cittadini? Perché non approfittare di tutto ciò per estendere la riflessione al ruolo dei media cinesi nella società cinese contemporanea?”.

Così Ivan Franceschini spiega come ha scelto il punto di vista di questa vicenda dickensiana di lavoro e schiavitù nella Cina contemporanea. Il merito non è piccolo. Poter accedere alle fonti gli permette di descrivere dinamiche che altrimenti sarebbero, come in effetti spesso sono, semplificate nella lettura occidentale dei fenomeni del Regno di Mezzo.

In questo che è tra i più gravi scandali in Cina si parla di persone ridotte in schiavitù. Centinaia di adolescenti e disabili sono stati rapiti dalle loro famiglie, nella regione dello Henan, e portati a lavorare nelle fornaci di mattone clandestine dello Shanxi. L’autore come un cronista sul campo fa parlare i protagonisti ma soprattutto racconta la storia attraverso i mass media cinesi e l’indignazione della società civile, in una vicenda definita “paradigmatica”, perché mette in campo, come in altri casi simili, la figura di un giornalista ‘eroico’  che si oppone alle ingiustizie e mobilita l’opinione pubblica.

Se la corruzione dei funzionari locali è un antico problema con radici nella Cina imperiale, e se la protesta dal basso anche in passato ha suscitato grando sommovimenti sociali, in questo caso, complice la potenza di Internet nonostante la censura, la buona notizia è che l’informazione indipendente ha fatto un buon lavoro. Prove tecniche di ‘modernizzazione’ vera: del diritto del lavoro e della stampa libera. (cb)

 Libreria Cafoscarina

 Dall’introduzione:

“Quando alla fine di luglio del 2007 in uno dei quartieri del centro di Pechino sono stati avvistati alcuni fiocchi di neve, a molti cinesi è venuto in mente un antico adagio popolare: se nevica d’estate nella capitale, una gravissima ingiustizia è stata commessa. In un’epoca di continue prepotenze e disuguaglianze, quale crimine degli uomini poteva essere così grave da arrivare a suscitare addirittura la collera della natura? Senza alcuna esitazione, i pensieri dei pechinesi sono immediatamente corsi alle fornaci di mattoni clandestine della provincia dello Shanxi, a quelle migliaia di prigioni a cielo aperto ove chiunque si fosse degnato di guardare avrebbe visto dei ragazzi appena adolescenti trascinare pesantissimi carri carichi di mattoni, dei disabili maltrattati e derisi occuparsi di lavori così pericolosi che nessuna persona sana di mente avrebbe mai fatto volontariamente, giovani ustionati dalle ferite mai curate, il tutto sotto l’occhio vigile e feroce di sorveglianti e cani da guardia. Per anni nessuno aveva guardato, non gli organi della pubblica sicurezza locale, non gli uffici preposti alla tutela dei lavoratori e neppure gli abitanti dei villaggi in cui queste fornaci operavano. Poi un giorno le cose erano inaspettatamente cambiate.

Il cambiamento è nato dall’azione di alcuni genitori coraggiosi, conosciutisi attraverso gli annunci per le persone scomparse pubblicati sulle pagine di alcuni giornali locali della provincia dello Henan, una delle zone economicamente depresse del paese, punto d’origine di imponenti flussi migratori. All’inizio del 2007, i loro figli erano scomparsi uno dopo l’altro in circostanze molto simili nelle strade di Zhengzhou, il capoluogo provinciale, ed erano bastate alcune settimane di angosciate quanto infruttuose ricerche perchè questi padri e queste madri si convincessero che i ragazzi erano finiti nella rete di trafficanti di esseri umani che approvvigionava le fornaci di mattoni dello Shanxi, un inferno ancora sconosciuto ai più. Sei genitori si erano allora incontrati a Zhengzhou ed avevano deciso di aiutarsi a vicenda nella comune sventura, dando vita a quella piccola organizzazione che successivamente i media cinesi avrebbero battezzato “lega per la ricerca dei figli”.

I genitori della “lega” correvano in lungo e in largo per le campagne delle zone meridionali dello Shanxi, perlustrando ogni singola fornace, verificando ogni traccia, interrogando lavoratori e abitanti dei villaggi. Essi sopportavano stoicamente le umiliazioni e gli attacchi quotidiani da parte dei padroni delle fornaci e dei loro tirapiedi. Ogni tanto riuscivano persino a salvare qualche ragazzo, anche se purtroppo non si trattava mai di uno dei loro figli. È stato allora che un secondo importante personaggio è entrato in scena: il giornalista televisivo Fu Zhenzhong. Raccogliendo una segnalazione telefonica giunta proprio da uno dei genitori della “lega”, questo giornalista di una piccola rete televisiva locale dello Henan ha deciso di investigare a fondo la storia delle fornaci (sulla quale nutriva non pochi dubbi) e per farlo si è unito a questi padri e a queste madri nelle loro peregrinazioni alla ricerca dei figli. È stata proprio la telecamera nascosta di Fu Zhenzhong a registrare le prime agghiaccianti immagini delle fornaci, trasmesse in televisione per la prima volta il 19 maggio del 2007 alle 7.30 di sera. L’effetto è stato immediato e dirompente: nei giorni successivi sono stati almeno un migliaio i genitori che si sono rivolti alla rete televisiva per chiedere aiuto.

Il merito di Fu Zhenzhong è stato quello di aver esposto mediaticamente lo scandalo e di aver fatto conoscere al pubblico l’esistenza di quelle fornaci di mattoni clandestine di cui ben pochi prima erano al corrente. È stato solamente grazie alle immagini girate da Fu Zhenzhong che centinaia di genitori sono finalmente riusciti a trovare una direzione verso la quale orientare le proprie ricerche, uscendo dall’abisso della disperazione più nera. Eppure non bisogna dimenticare che la rete televisiva di questo intraprendente giornalista non è altro che una realtà locale, il cui seguito è limitato esclusivamente alla provincia dello Henan, la zona in cui la maggior parte dei ragazzi era scomparsa. Per capire come lo scandalo sia scoppiato a livello nazionale è dunque necessario introdurre un terzo personaggio: la signora Xin Yanhua, una giovane donna di Zhengzhou. Quando nei primi mesi del 2007 suo nipote è stato salvato da una fornace di mattoni dello Shanxi da alcuni genitori della lega per la ricerca dei figli, essa, mossa da riconoscenza, ha deciso di aiutare a modo suo le ricerche di questi padri e queste madri. Sfruttando il proprio livello superiore di istruzione, essa ha inizialmente tentato di coinvolgere la stampa nel dramma di queste famiglie, ma poi, non avendo ottenuto alcun risultato significativo, ha scelto di servirsi di un nuovo strumento: la rete. Il 6 giugno del 2007, Xin Yanhua ha pubblicato su un forum locale dello Henan un post intitolato “Quattrocento padri chiedono aiuto piangendo sangue: chi verrà a salvare i nostri figli?”. Le reazioni sono state immediate: in poche ore tutti i maggiori siti internet cinesi avevano riportato il testo dell’appello, accompagnandolo con delle foto tratte dai reportage di Fu Zhenzhong. Solo allora i giornalisti dei principali organi televisivi e della carta stampata a livello nazionale hanno cominciato ad affluire senza sosta nello Shanxi ed ondate di articoli, commenti e invettive sulle fornaci dello Shanxi sono apparsi su tutti i media cinesi.”