Diari della bicicletta

I mezzi di locomozione sono da sempre motivo, metafora o strumento del racconto. Penso ai vascelli immaginifici di Stevenson o al suo asino, alla moto come metafora Zen di Pirsig, alle auto – specie quelle incidentate – da Scott Fitzgerald (The Great Gatsby) a Ballard (Crash) al treno e le sue stazioni da Tolstoj (Anna Karenina) a Zola (La bestia umana) e poi sono venute ovviamente le astronavi… L’ex cantante dei Talking Heads si mette invece in scia a Samuel Beckett…

Se in alcuni casi i mezzi di locomozione creano mondi a parte (eterotopie le ha chiamate Foucault) in cui lo spazio e il tempo vengono separati dal flusso quotidiano, in altri i mezzi di locomozione servono a dare una prospettiva altra proprio sul mondo e sui flussi quotidiani che lo attraversano.

E’ il viaggio urbano del flâneur di Baudelaire e Benjamin che David Byrne impersona in chiave postmoderna montando e smontando la sua bici nelle camere d’albergo delle metropoli di mezzo mondo. Viene in mente l’opposizione deleuziana tra “viaggio albero” e “viaggio rizoma” con tutti i rimescolamenti e i rovesciamenti che avvengono tra un percorso di formazione (striatura dello spazio) e una erranza nomadica (lisciatura dello spazio).

Lo storico leader dei Talking Heads detta i suoi appunti di viaggio delineando un testo che ora avrebbe potuto essere una splendida guida turistica, ora un noiosissimo pamphlet di ambientalismo sociologico radicale, ora uno sconclusionato scrapbook.

Alla fine trova l’equilibrio in una specie di raccolta di short stories in cui il protagonista, un cantante art-pop famoso ma non troppo, racconta un particolare tipo di backstage lontano dagli stereotipi del rock and roll e quasi del tutto privo dei canonici sex and drugs (se si eccettua il divertente episodio turco).

E se le visioni nordamericane appaiono piuttosto familiari a chi conosca le tematiche di tanta produzione dei Talking Heads (mi vengono in mente canzoni come Don’t Worry About The Government o The Big Country, Road To Nowhere o Nothing But Flowers) intriganti appaiono le pedalate più eccentriche. Splendide le pagine su Buenos Aires e Manila.

Di traverso rispetto agli enormi boulevard a più corsie e lungo la griglia di quartieri di Buenos Aires il buon David percorre la storia di una nazione con i suoi miti (Evita), le sue religioni (il calcio) la sua musica (il tango mainstream e no) e finisce in un negozietto di dischi dove trova un libro sui locali notturni della città. E’ lì che si accende l’idea di una “storia della gente, narrata non attraverso i travagli quotidiani e le rivolte politiche…ma tramite il loro festeggiamenti e svaghi notturni”.

Questa idea maturerà qualche anno dopo in un progetto musicale assai interessante: un vero e proprio ciclo musicale su Imelda Marcos, nato come spettacolo dal vivo e da poco uscito in formato CD con il titolo di Here Lies Love. L’ascesa e la caduta dell’ex First Lady con il suo amore per il bel mondo e le discoteche è la trama di quest’opera che Byrne costruisce intorno ai ritmi funky e dance della fine degli anni 70 e i primi 80. Solo dopo decide di andare a visitare le Filippine e i luoghi della storia di Imelda e la bicicletta allora funziona come strumento di verifica per misurare la tenuta di un racconto alla prova del paesaggio urbano e umano di Manila.

“Pensare è viaggiare… quel che distingue i viaggi non è la qualità oggettiva dei luoghi o la quantità misurabile del movimento… ma la maniera di essere nello spazio. Viaggiare e pensare in liscio o striato… ma sempre avvengono passaggi dall’uno all’altro, trasformazioni dell’uno nell’altro, rovesciamenti… Si possono abitare i deserti, le steppe o i mari in spazio striato, si possono abitare perfino le città in spazio liscio, essere un nomade della città…” (Deleuze e Guattari, Mille Piani).

(Maurizio Morganti)

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