La carta e il territorio

Meglio la carta o il territorio, meglio l’astrazione geografica o la precisione discreta e materica dei luoghi? Proust non avrebbe avuto dubbi. Meglio, molto meglio fantasticare davanti a una geometria di nomi e linee che s’intersecano, piuttosto che esserci, in quei posti, per subirne magari il disincanto.  E’ meglio la letteratura della realtà che questa interpreta.

L’ultimo romanzo di Michel Houellebecq è una sferzata di ironia e autoironia che fa un po’ dimenticare il suo consueto mondo nichilista, ma solo per ‘virare’ verso tinte grottesche e inevitabili riflessi cupamente comici. Il protagonista è Jed Martin, prototipo di artista contemporaneo concettuale dalla conturbante vacuità. Comincia fotografando carte Michelin (da qui il titolo del romanzo), diventa famoso poi passa alla pittura. Le  sue opere pittoriche sono dedicate ai ‘mestieri’, a persone colte nell’esercizio della loro professione  e culminano in una serie su dialoghi tra due personaggi eminenti di una sfera socio-produttiva. Entrerà in crisi con Jeff Koons, una faccia impossibile da rendere (vedi incipit). Houllebecq si diverte a raccontare i voli pindarici della critica che portano a sovrasignificare le cose, a spremere situazioni e persone in un vortice speculativo.

Jed diventa famoso ma resta distaccato, triste, in qualche modo incredulo del suo stesso successo. Nel frattempo lo coinvolge il rapporto con il padre, architetto in declino anche fisico con il quale trascorre la vigilia di Natale (la madre è morta suicida quando lui era molto piccolo). Ha una storia con Olga, una russa carina e rampante che incontra all’inizio della sua carriera. Ma si sa, “l’amore è raro”, come l’autore fa dire a Frédéric Beigbeder, scrittore anche nella vita.  E poi, colpo di scena,  la mise en abyme dello scrittore dentro l’opera. Michel Houellebecq diventa uno dei protagonisti, dà una svolta di giallo al romanzo, si specchia in una feroce autocritica del suo autore, descritto come depresso alcolista e solitario. E’ anche un vezzo narcisistico, ma in un romanzo che è soprattutto un grande sberleffo all’arte di oggi il cameo horror funziona. Il finale è un desolante decrescendo. Un finale da misantropo. Houellebecq resta in sintonia con il suo mondo ma anche , e questo ci interessa, con il ritmo e una certa qualità (banalmente nefasta)  del presente: spietato, verosimile  e ‘vero’.  (Cristina Bolzani)

La carta e il territorio – Bompiani

Intervista a Michel Houellebecq – The Paris Review

Incipit

Jeff Koons si alzava dalla sua sedia, le braccia protese in uno slancio di entusiasmo. Seduto di fronte a lui su un divano di pelle bianca parzialmente ricoperto di un tessuto di seta, un po’ incurvato, Damien Hirst sembrava sul punto di formulare un’obiezione; il volto rubicondo aveva un’aria cupa. Entrambi indossavano un abito nero – quello di Koons, a righe sottili – una camicia bianca e una cravatta nera. Fra i due uomini, sul tavolo basso, era posato un cestino di frutta candita cui né l’uno né l’altro prestavano attenzione; Hirst beveva una Budweiser Light.

Dietro di loro, una vetrata dava su un paesaggio di edifici alti che formavano un intrico babelico di poligoni giganteschi, fino ai confini dell’orizzonte; la notte era chiara, l’aria di una limpidezza assoluta. Ci si sarebbe potuto trovare nel Qatar o a Dubai; l’arredamento della stanza era in effetti ispirato a una fotografia pubblicitaria, tratta da una pubblicazione tedesca di lusso, dell’hotel Emirates di Abu Dhabi.

La fronte di Jeff Koons luccicava leggermente; Jed la sfumò con il pennello e indietreggiò di tre passi. C’era decisamente un problema con Koons. Hirst, in fondo, era facile da cogliere: lo si poteva fare brutale, cinico, del genere “vi disprezzo dall’alto della mia ricchezza”; lo si poteva anche fare artista ribelle (ma pur sempre ricco) che prosegue un lavoro angosciato sulla morte; c’era infine nel suo bolto qualcosa di sanguigno e di pesante, tipicamente inglese, che lo avvicinava a un tifoso dell’Arsenal.  Insomma c’erano differenti aspetti, ma si potevano combinare nel ritratto coerente, rappresentabile, di un artista britannico tipoco della sua generazione. Koons invece sembrava portare in sé qualcosa di doppio, come una contraddizione insormontabile fra la scaltrezza ordinaria dell’agente di commercio e l’esaltazione dell’asceta. Erano già tre settimane che Jed ritoccava l’espressione di Koons che si alzava dalla sedia, le braccia protese in uno slancio di entusiasmo come se tentasse di convincere Hirst; era difficile quanto dipingere un pornografo mormone.