Memorie

Anatole France disse una volta: “Contravvenendo al proposito di stare zitti, possiamo solo rassegnarci a parlare di noi stessi” e Memorie di Joseph Conrad parla giusto di Joseph Conrad.

Del memoir, il libro edito da Mattioli1885 ha la stessa mancanza di struttura e di ordine cronologico. I ricordi affiorano in ordine sparso e si mischiano alle sue riflessioni sulla vita marinara, sulla letteratura e sulla critica letteraria. Il mare e la scrittura – scoperta tardi da Conrad, all’età di 36 anni – sono le passioni dell’autore di Cuore di tenebra (Hearth of darkness) e La linea d’ombra (Shadow’s line); che sembra però, nella citazione di Anatole France e nell’incipit del libro, schermirsi da una ipotetica accusa di autoreferenzialità. “In genere non abbiamo bisogno di troppi incoraggiamenti per parlare di noi stessi; tuttavia, questo libro è frutto del suggerimento di un amico…”

Le passioni, appunto. Che, ai tempi di Conrad, nel linguaggio comune, non erano ancora state declassate a sinonimo di hobbies. Erano passioni nel senso di patire: il freddo, la calma piatta, il vento, le intemperie.

Conrad si lascia persuadere a dirci qualcosa di sé e dei suoi inizi da una argomentazione tutto sommato debole, come è spesso quella degli amici: devi farlo. E lui lo fa.

E così ci racconta del suo primo romanzo, La follia di Almayer concepito sui ponti dell’Adowa dove, intrappolato dall’inverno sui ponti di Rouen, Conrad fatica a richiamare alla mente le visioni dell’arcipelago asiatico, i paesaggi della Malesia, e così per un po’ il manoscritto della Follia di Almayer finisce riposto sotto il suo cuscino, nella cabina del piroscafo e poi scamperà alle rapide del Congo, per fortuna. C’è da chiedersi se Conrad avrebbe conservato la stessa determinazione a continuare a scrivere se lo avesse perso, dopo tanta fatica. C’è da domandarsi se il corso di un fiume avrebbe potuto cambiare il corso della letteratura del Novecento privandola di alcune delle pagine più belle che ci ha lasciato. E la risposta è probabilmente sì.

In Memorie Conrad riflette infatti sulle confuse e incerte motivazioni che lo hanno indotto a scrivere la sua prima opera; “la nascita del primo libro – dice – rimane un evento abbastanza inspiegabile.”

Ma la vita immaginata può diventare più nitida della vita stessa, dice Conrad, che ci spiega che cosa è un romanzo: una “convinzione nell’esistenza” di qualcosa, insomma sembrerebbe alludere a un atto di fede. Novalis era certo che ogni convinzione si rafforzasse nel momento in cui un’altra anima la condividesse. Ed è per questo che Conrad cerca il suo primo lettore a bordo del piroscafo.

Ma è dove ricorda gli ultimi giorni di vita della madre, accennando alla sua malattia e alla sua morte, che Conrad fa la riflessione forse più forte sulla letteratura e sul suo intreccio con la vita dell’autore: “Solo nell’immaginazione dell’uomo ogni verità trova la propria effettiva e innegabile esistenza. L’immaginazione, non l’invenzione, è la forza che domina ogni arte e la vita stessa.” Che cosa è la letteratura se non una immaginaria ricostruzione di ricordi, una “rivisitazione di esperienza”?

Non c’è inventiva o fantasia cui attingere se manca l’immaginazione. Non c’è letteratura senza ricordi. Non credo che il luogo comune “della pagina bianca” sia una immagine fedele degli istanti che precedono l’atto creativo di un vero Scrittore. Piuttosto dovrebbe trattarsi di qualcosa di simile all’immersione di un palombaro che recupera sul fondo di migliaia di pagine disperse in navigazione solo quelle che vale la pena salvare. E visto che, contravvenendo al proposito di stare zitti, non si può parlare che di sé stessi va da sé che, se non si vale niente, il libro non avrà niente da dire. Quanti sono i libri che meritano di essere inghiottiti dalle rapide del Congo? Tanti, un esercito. Per questo uno legge “i classici”.

Marialaura Carcano

 

Mattioli1885