Solar

Fenomenologia di un disastro. Umano, planetario. Il piccolo mondo del grasso e fedifrago, buffo e vigliacco premio Nobel Michael Beard – successore di Einstein nonché reduce da cinque matrimoni falliti – è iscritto nella problematica  del surriscaldamento della Terra, e della ricerca di energie alternative. L’ultimo romanzo di McEwan tiene insieme, con abilità di appassionato della scienza e effetti comici azzeccati, la piccola umana sorte del suo protagonista, bulimico in tutti sensi antieroe del nostro tempo, e il grande scenario, pervaso da atmosfere di catastrofe certa – com’è sempre accaduto, come se l’idea dell’Apocalisse fosse una fantasia necessaria, per un inconsapevole legame emozionale tra la propria morte e quella del mondo. Insomma il tema è il senso della fine, ma con un ghigno grottesco abbastanza inedito nei precedenti romanzi di McEwan.
L’incipit rende la caratura del personaggio :

“Apparteneva a quella categoria di uomini – vagamente indisponenti, quasi sempre calvi, bassi, grassi, intelligenti – che, per ragioni misteriose, attraggono certe belle donne. O così credeva, e pensarlo pareva bastare. Aiutava inoltre il fatto che alcune lo considerassero un genio in attesa di essere salvato. Ma negli ultimi tempi Michael Beard era un soggetto in condizioni mentali limitate, anedonico, monotematico, sofferente. Il suo quinto matrimonio si andava disgregando e lui avrebbe dovuto sapere come comportarsi, assumere una prospettiva lungimirante, riconoscere la propria colpa. I matrimoni, i suoi perlomeno, non si susseguivano forse l’uno all’altro al pari di fenomeni ondosi, o di maree? L’ultimo tuttavia era diverso. Non sapeva come comportarsi, la lungimiranza lo amareggiava e per una volta non aveva colpe da attribuirsi, a suo modo di vedere. Qui era sua moglie ad avere una relazione e anche in forma scoperta, punitiva e chiaramente senza il benché minimo rimorso. Lui intanto, travolto da una ridda di emozioni, si scopriva dentro momenti di intenso desiderio e di vergogna”.

La capacità di McEwan di mettere insieme farsa e tragedia si vede in certi snodi della trama in cui, come nel fatale e provvidenziale incidente domestico che gli accade al ritorno dal Polo Nord, o in certi microepisodi nel ghiaccio, tutto viene alleggerito fino a diventare quasi una pagina di Wodehouse. Come se nel suo mondo consueto di di  amori fatali, espiazioni che durano una vita e giardini di cemento, all’improvviso si togliesse peso alla psicologia della storia e la si lasciasse fluttuare nelle possibili sfumature dello humour britannico.

Senza con questo evitare squarci intuitivi folgoranti. Per esempio quando nella sua spedizione al Polo Nord per constatare gli effetti del riscaldamento globale, a Beard tocca invece notare, oltre alla vacua trasfigurazione artistica o idealizzata del problema da parte di certi suoi colleghi, l’incuria sistematica dello spogliatoio del gruppo, che lascia presagire il fallimento assoluto.

“Entro metà settimana mancavano all’appello quattro caschi, insieme a tre pesanti tute da motoslitta e a una serie di articoli minori. Non più di due terzi della compagnia poteva ormai lasciare la nave contemporaneamente. Uscire voleva dire rubare. Lo stato in cui versava lo spogliatoio, l’accumulo di entropia, diventò un tema ricorrente negli annunci serali di Barry Pickett. Mentre Beard, dimentico del proprio ruolo attivo nella vicenda, della sua generosa collaborazione a determinarne le condizioni iniziali, non potè fare a meno di meditare a lungo sullo stato post-edenico del fenomeno. Quattro giorni prima, la stanza era partita in ordine, con tutto l’equipaggiamento appeso o ritirato sotto i vari attaccapanni numerati. Risorse limitate, equamente distribuite, che risalivo all’età dell’oro di un passato recente. E adesso, solo rovina. Ancora più arduo si rivelò imporre l’ordine una volta che la stanza divenne ingombra di zaini e borsoni di tela e sacchetti di plastica pieni di guanti di scorta, sciarpe e tavolette di cioccolato. Nessuno, pensò Beard, ammirando la propria magnanimità, si era comportato male; tutti, nella circostanza immediata, volendo uscire sul ghiaccio, si erano attenuti a una rigorosa razionalità, guarda caso scoprendo in un posto insolito il loro passamontagna scomparso. Era cinico e morboso da parte sua divertirsi all’idea, ma non poteva farci niente: come pensavano di riuscire a salvare un pianeta tanto più vasto dello spogliatoio? – Sempre ammettendo che il pianeta ne avesse bisogno, cosa di cui Beard dubitava”. (p. 95-96).

Lo sguardo di un Beard sempre più tormentato dalle avventure private si posa sempre più annoiato e derisorio sul mondo degli scienziati. A un certo punto stigmatizza il culto della ‘narrazione’, oggi diffuso, come quello che deve ascoltare Beard a una conferenza dimostra (conferenza il cui aspetto più interessante per lui è continuare ad approvvigionarsi di tramezzini al salmone affumicato).
Così Jeremy Mellon, docente di urbanistica e demologia, giustifica la sua presenza.

“Beh mi interessa studiare le forme di narrazione generate dalla climatologia.il racconto è epico, naturalmente, e ha milioni di autori.
Beard diffidava (…). Quelli che continuavano a menarla sulla narrazione di solito avevano una visione ubriaca della realtà, ed erano convinti che qualunque versione se ne desse potesse vantare lo stesso valore”. (p.177).

A proposito di narrazioni a Roma McEwan ha inaugurato il Festival della Scienza parlando del mito dell’Apocalisse. Non arriverà, ha detto; gli unici strumenti che ci salveranno da un futuro incerto sono la saggezza e la curiosità.  “Non abbiamo ragione di credere che esistano date scritte nel libro del cielo o dell’inferno. Possiamo ancora distruggerci oppure, forse, cavarcela. Affrontare tale incertezza costituisce il mandato della nostra maturità e l’unico sprone ad agire con saggezza”, ha spiegato al pubblico. McEwan al tema della fine del mondo ha dedicato proprio un piccolo pamphlet, Blues alla fine del mondo (Einaudi, 2008).

In questo testo McEwan ripercorreva varie teorie apocalittiche, arrivando alla conclusione che l’uomo è responsabile delle proprie azioni, non ha nessuna possibilità di prevedere cosa succederà in futuro, e che solo attraverso la curiosità scientifica e storica può capire che le profezie annunciate in passato non si sono mai avverate e che l’uomo nell’universo ha solo un ruolo parziale e relativo. McEwan ha ricordato come oggi la fantasia di una fine collettiva violenta è di nuovo diffusissima, così come lo sono i movimenti apocalittici, pacifici o bellicosi, musulmani o cristiani, specialmente in America, nonostante la storia abbia sempre smentito le loro profezie. Nel suo intervento lo scrittore ha parlato del libro dell’Apocalisse e delle assurde credenze dei Davidiani, che nel 1983 a Waco, in Texas, si suicidarono per dar via all’alba del nuovo mondo, e proprio grazie ai suoi studi sul tema delle credenze sulla fine del mondo oggi afferma: “Sono ormai secoli che la fine viene annunciata come imminente, ma l’evento non si è mai verificato, eppure nessuno si lascia scoraggiare a lungo. L’evidente debolezza del genere umano porta con sé fantasticherie espiatorie di castighi e ricompense ultraterrene”.

“Eppure è proprio alla curiosità, a quella scientifica in particolare, che dobbiamo una conoscenza genuina e verificabile del mondo, e la parziale comprensione del nostro ruolo in esso, come della nostra natura e condizione. Tale conoscenza possiede una bellezza tutta speciale, e può risultare tremenda. Stiamo appena cominciando ad afferrare le conseguenze di quanto abbiamo effettivamente imparato in tempi relativamente recenti. E che cosa abbiamo imparato? Mi avvalgo qui di un saggio di Stephen Pinker sul suo ideale di universalità: abbiamo imparato, tra le altre cose, che il nostro pianeta è un puntolino minuscolo in un cosmo di inconcepibile vastità; che la nostra specie esiste sulla terra da una irrisoria frazione di tempo storico; che gli esseri umani sono dei primati; che il pensiero è frutto dell’attività di un organo funzionante sulla base di processi fisiologici; che esistono metodi di accertamento della verità che possono condurci, talvolta anche in modo radicale, a con clu sioni in contrasto con le leggi del buon senso, in relazione agli universi del molto grande e del molto piccolo; che credenze anche molto preziose e diffuse, se sottoposte al vaglio della pratica empirica, risultano spesso impietosa mente false; che non è possibile produrre energia né sfruttarla senza registrare una perdita”.

(Cristina Bolzani)

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Ian McEwan – Einaudi

Testo integrale di Blues della fine del mondo (in inglese)

Ian McEwan – La scienza e la letteratura (Raitv)

The farce at Copenhagen echoed my climate change novel Solar

Intervista a Ian McEwan – The Paris Review