Libertà

(di Paolo Cappelli)

Cosa dire di un lavoro che ancor prima di uscire proietta il suo autore sulla copertina di TIME Magazine? Jonathan Franzen ormai è il Great American Novelist e Libertà un ottimo libro. Non il capolavoro celebrato dalla stampa liberal americana, perché il racconto, nelle sue 622 pagine, non lascia sufficiente spazio al non detto dei personaggi, dicendoci troppo, invece, della dendroica cerulea, l’uccello della copertina diventato la ragione di vivere di Walter Berglund. O lasciando svanire spunti illuminanti, come l’improvvisa e fastidiosa popolarità sul web dello stesso Walter per uno sfogo-denuncia che gli costa il lavoro e lo rende una star su YouTube.

Nove anni dopo Le correzioni, Frenzen riparte da una famiglia della middle class agiata, i Berglund appunto, per raccontarci di un matrimonio, un’amicizia, di tradimenti e ossessioni che dalla provincia, da Ramsey Hill, si dipanano fino al cuore dell’Impero, a New York come a Washington: è questa l’America del dopo 11 settembre.

“La gente di Washington ti racconta quanto dista la loro casa da quella di John Kerry, non sto scherzando. I quartieri sono morti, l’unica cosa che eccita gli abitanti è la vicinanza al potere – dice Walter all’amico Richard – E’ una cultura totalmente feticista”.

In questo contesto, tratteggiato con poche pennellate – i riferimenti allo slang dei college piuttosto che alle ore di diretta di Foxnews dal fronte iracheno – Franzen ci cattura con un grande personaggio, Patty Berglund, nella sua disperata ricerca di felicità dopo la fuga da una famiglia che sostanzialmente o la deride (il padre) o la ignora (la madre, “democratica di professione”).

In un Paese dove persino la Costituzione tutela l’aspirazione dei cittadini alla felicità, la vita dei Berglund, Walter e Patty, è quella di milioni di Americani chiamati a misurarsi con i contenuti con cui riempire la propria libertà: “La gente è venuta in questo Paese o per il denaro o per la libertà. Se non hai denaro, ti aggrappi ancora più furiosamente alle tue libertà. Anche se il fumo ti uccide, anche se non hai i mezzi per mantenere i tuoi figli, anche se i tuoi figli vengono ammazzati da maniaci armati di fucile. Puoi essere povero, ma l’unica cosa che nessuno ti può togliere è la libertà di rovinarti la vita nel modo che preferisci”.

Colti, progressisti, gioiosi portatori di “polline socioculturale”, i Berglund assistono drammaticamente impotenti al disfacimento della propria famiglia, con il figlio Joey che già a 16 anni preferisce la casa dei vicini repubblicani, i Monaghan, per stare con la sua ragazza, Connie. Ridotta a fenomeni settari legati a singole voci dell’agenda politica, la religione riappare nell’improvviso nella scoperta di Joey delle radici familiari ebree ma non fornisce, marginalizzata o apertamente esclusa, alcuna risposta a nessuno dei protagonisti. La politica, men che meno: la cricca Bush Cheney ha affidato sicurezza e Difesa a contractors e lobby senza scrupoli, i democratici che accumulano in casa annate del New York Times e spendono una vita nella difesa dei più deboli (come il padre di Patty, avvocato) convincono una figlia a non denunciare il ragazzo che l’ha stuprata perché rampollo di un dirigente del Partito democratico.

La fede che resta è nell’istinto (Patty campionessa di basket), nell’ispirazione artistica (Richard musicista), nella missione ambientalista finanziata da una lobby del carbone (Walter): del grande sogno americano sembra sopravvissuto solo il conformismo. Anche radical-chic, magari, ma sempre conformismo è.

L’esplosione del dolore personale porta in superficie – ma sono attimi – la verità: ecco allora le telefonate interrotte, la fuga di quasi tutti i personaggi dalla famiglia, il senso di inadeguatezza e disagio già così ben esplorato nelle Correzioni: Walter Berglund “non sapeva cosa fare, non sapeva come vivere. Ogni novità che incontrava nella vita lo spingeva in una direzione che lo convinceva in pieno, ma poi spuntava un’altra novità che lo spingeva nella direzione opposta, anch’essa in apparenza giusta. Non esisteva un filo conduttore: si sentiva una pallina da flipper puramente reattiva, in un gioco il cui obiettivo era rimanere in vita per il semplice gusto di farlo”.

Implacabile e all’altezza dei grandi della letteratura americana nel descrivere nel dettaglio i meccanismi di gratificazione personale, isolamento e rifugio nella manualità di protagonisti in fuga dalle responsabilità, Franzen apre uno spiraglio alla speranza con il finale del romanzo, delicato ed elegante senza togliere un solo grammo al peso opprimente degli interrogativi sul dolore altrui spesso creato dalla nostra felicità, di individui e di comunità.

“In fondo – ha detto Franzen in una recente intervista – mi auguro che tutti si prendano la briga di chiedersi: perché questo titolo, Libertà”?