Settanta acrilico trenta lana

Una scrittura convincente, energica nelle metafore graffianti e stranianti che muovono al riso nelle loro virate surrealmente dark. Nel suo esordio Viola Di Grado racconta le peripezie, nella città inglese di Leeds, di una ragazza che si chiama come un fiore e si diverte a decapitare i fiori, che si vede il padre inghiottito all’improvviso da un buco in un incidente e morire, e la madre sprofondare nel mutismo post-traumatico e inventarsi un parlarsi con gli sguardi. Una ragazza che incontra un ragazzo cinese e con lui si riappropria della magia del far ri-suonare e dispiegare il linguaggio nel mondo. Ideogrammi cinesi – ma non solo – diventano pretesto per giocare con il senso, e il Senso. Ha vinto il Campiello Opera Prima 2011.

Intervista a Viola Di Grado (di Cristina Bolzani)

Il suo romanzo è dominato da un ‘buco’. La parola ricorre spesso. C’è un film che si chiama The Hole, anzi sono due, un horror e un film metafisico. The Hole di Cai Ming-Liang racconta di un ragazzo e una ragazza che comunicano attraverso un buco formato nel soffitto-pavimento… Il buco è l’idea ossessiva della protagonista.

Il buco è una delle trame simboliche del romanzo. Il fosso dove è stato trovato morto il padre di Camelia è il primo buco che causa tutti gli altri, compreso quello in cui è possibile cadere mentre si legge il libro. E’ nato prima di tutto, certo, e da lui nasce tutto il resto. Anche biologicamente: noi siamo nati da un buco no? E- cremazione esclusa- moriremo in un altro buco. Ecco perché ai personaggi defunti del romanzo che sto scrivendo adesso ho concesso la cremazione, per tagliarli fuori dalla logica ciclica dei buchi.


(foto di Giuseppe Calabrese)

Anche il personaggio della madre, chiusa nel trauma della morte improvvisa del marito fedifrago, fotografa ossessivamente dei buchi. Come è scaturita questa figura tragica?

Non lo so. In termini di bilanciamento del romanzo, l’enorme forza di vivere di Camelia aveva bisogno di un contrappeso, ed è stato la sofferenza vegetativa della madre.

La protagonista, la poco più che ventenne figlia Camelia (!) , ha il vezzo di recidere fiori. Come non tollerasse la bellezza, o come non tollerasse se stessa?

Camelia si sente esclusa dalla bellezza del mondo e quindi si ribella ad essa in tanti modi: decapitando fiori, che sono simboli accettati di bellezza, ma anche con la chirurgia antiestetica che infligge ai vestiti. E’ una ribellione al fatto che si possa condividere un’identità qualsiasi, un’idea di bellezza, o una moda.

La tragedia della storia, la “anoressia verbale” che aveva contagiato dalla madre la figlia, si stempera con l’arrivo di Wen, che la riavvicina alla lingua cinese. Come se i segni la traghettassero da un’insignificanza mortifera alla vita con un senso.

Camelia restituisce i significati alle cose che nella sua vita l’hanno perso.

Come le è venuta l’idea di giocare con le ‘chiavi’ dei caratteri cinesi, giustapponendo significati di caratteri che contengono tutti uno stesso componente? Per cui , per esempio, “la chiave di errore dopotutto è oro”. Praticamente un aforisma. Ma di difficile comprensione per chi non conosce il cinese.

In realtà non è di più facile comprensione per chi conosce il cinese: i caratteri sono stati raggruppati sotto le chiavi arbitrariamente, secondo canoni spesso imperscrutabili. Non so perché c’è l’oro nell’errore ed è questo il punto: volevo restituire l’ambiguità della vita attraverso una lingua di cui l’ambiguità è trattata come una legge precisa e matematica (ad esempio: il precisissimo sistema di ricerca nel vocabolario secondo quelle misteriose chiavi). E quell’ambiguità l’ho scomposta in un insieme di simboli in modo che in ognuno di essi si specchiasse l’intera storia, una storia ambiguamente realistica ma un realismo di cui la realtà effettiva è soltanto un aspetto.

Nel suo romanzo ‘gioca’ molto con le parole, con i significanti, con i suoni. Dalle vocali degli inglesi agli accenti delle sillabe cinesi. E poi quel lavoro di tradurre libretti di istruzioni… I suoni come metafora della storia individuale, degli stati d’animo, come ‘chiave’ per andare al fondo dell’esperienza?

In cinese sono rari i suoni privi di significato. Così, anche nel mio romanzo, miravo all’estrema ideograficità.

C’è una definizione divertente del cinese. “Una prateria di significati incontestabili che i cinesi hanno seminato millenni fa e nessuno può farci nulla”. Cosa l’ha portata a studiare la lingua cinese? E cosa la attrae del pensiero filosofico cinese, in cui sta specializzando ora?

E’ stata la sua morfosillabicità che mi ha portato a studiarlo. Il fatto, cioè, che in cinese non esista sillaba priva di significato. Ogni segno è una parola, è un’immagine, e quindi ritengo i caratteri cinesi molto più vicini al mondo dei nostri freddi alfabeti: alla mia prima lezione di cinese mi sono commossa.

Del pensiero cinese mi attraggono proprio i dibattiti sul linguaggio. In particolare il discorso taoista. Zhuangzi sosteneva che le parole non dicono nulla del mondo: parlano solo di noi stessi, ibernano la realtà in segmenti autoreferenziali. Bisogna “dimenticare il linguaggio”, sosteneva, per non cadere nelle “trappole per pesci” delle infinite associazioni mentali e convenzioni che le parole si portano dietro. E la mia missione di scrittrice è proprio questa: dimenticare il linguaggio, per poi ricostruirlo fuori dalle trappole.

Quanto il linguaggio è liberatorio, euforizzante e colmo di senso, tanto la realtà fisica è pesante, angosciante. Quanto le assomiglia questa percezione?

Abbastanza da aver firmato un patto con me stessa quand’ero bambina: finché avessi compiuto 17 anni non avrei più parlato, soltanto scritto. Ovviamente non ho rispettato il patto.

“Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. […] Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada”.