Paranoia

Nel giorno del decimo anniversario dell’attacco alle Torri il Festivaletteratura si chiudeva con la paranoia. Una data non casuale, per Luigi Zoja, autore di un saggio sull’argomento: l’interesse per tema è nato da quel giorno, in cui lui stesso era a Manhattan. Molti ricordano – faceva notare Zoja all’inizio del suo intervento -come la realtà di quei minuti, la cronaca fosse nei primi attimi istintivamente negata da chi la vedeva in tv, e si tendesse a interpretarla come una narrazione costruita. Dunque un processo contrario a quello consueto nel paranoico, che tende a vedere in tutto una minaccia reale.

Il dopo-11 settembre è stato un esempio di paranoia dilagante. L’operato del presidente Bush è stato emblematico in questo senso, con la guerra ai Paesi canaglia sospettati di essere il Male, e con l’introduzione dell’attacco preventivo. Nella dottrina di Bush si diceva: non si può aspettare che l’attacco si formalizzi. E l’attacco preventivo è tipicamente una caratteristica del paranoico.

Gli attacchi preventivi del paranoico – ha detto Zoja – noi li ritroviamo purtroppo anche nella vita di ogni giorno. Dovremmo noi non cedere alla tentazione di essere noi di attaccare per primi, perché è il passo iniziale della caratteristica della paranoia che è ’il piano inclinato’. C’è una circolarità o autotropia, la paranoia si alimenta da sola. La qualità della vita futura dipende dal rapporto tra comunicazione a paranoia. Le comunicazioni di ricorrenze dovrebbero aiutare a riflettere sulle proprie responsabilità e non solo su quelle altrui. Non si può pretendere che Sarkozy cancelli la Marsigliese dall’oggi al domani, ma ci possono essere processi di correzione.

La paranoia – ha sottolineato lo psicoanalista junghiano – in realtà riguarda tutti; tutti abbiamo questo potenziale. Secondo gli archetipi di Jung la tendenza a diffidare è assolutamente umana e necessaria. Per esempio l’erbivoro che vede un’ombra deve diffidare, deve esagerare perché è meglio scappare senza motivo che restare e rischiare la vita. La paranoia è una dinamica della mente e ha un alto potenziale di contagiosità, diversamente da altri disturbi. Quello che i testi psichiatrici non contemplano della paranoia è l’aspetto collettivo che si verifica in condizioni di particolare insicurezza.

Nel paranoico è tipico il meccanismo del capro espiatorio: c’è la proiezione del male e la su a espulsione simbolica, la sua identificazione con un soggetto esterno che diventa l’incarnazione del Male. I casi peggiori si hanno quando ciò corrisponde a una mente che amministra questo messaggio salvifico alla rovescia. Il leader può essere un finto paranoico, ma molto spesso è un paranoico vero e è inutile cercare di convincerlo.

Alla base del paranoico c’è una convinzione ferrea, indiscutibile. Cioè il fondamento granitico. La paranoia si manifesta come una sorta di illuminazione: “Ho capito cosa è il male”. Tutto il resto viene di conseguenza. Nella follia lucida tutto il resto è negoziabile e viene modulato per ribadito l’assunto granitico iniziale.

In linea con il sottotitolo del saggio, La follia che fa la storia, due capitoli sono dedicati a Stalin e Hitler, con una interessante ricostruzione in chiave paranoica della loro parabola di potere, inclusa la loro grande capacità di risvegliare la paranoia dormiente nell’uomo comune.

Il capitolo conclusivo è dedicato a Shakespeare, che ci spiega come il contagio possa intaccare anche uomini generosi. E’ sempre possibile che un pensiero malato possa contagiarne uno equilibrato. Per evitare questo bisogna mantenere viva la coscienza. Soprattutto in un Paese come l’Italia, che è a rischio, per Zoja, “perché a prevalere è una rappresentazione irreale del mondo”. (Cristina Bolzani)