Voltando pagina

In famiglia nessuno pensava che Virginia Woolf fosse una grande scrittrice, tranne forse il marito Stephen. E’ la rivelazione più sorprendente della sua ultranovantenne nipote, Angelica Garnett, figlia della sorella di Virginia, Vanessa Bell. A Mantova non ha detto molto ma è bastato l’allure bloomsburyano di una lontana somiglianza, l’evocazione di dettagli come i suoi tè e panini al cetriolo insieme alla zia, il ricordo che agli occhi della bambina lei non era certo triste, anzi divertente e giocosa; il fatto che di Virginia lei, giovane lettrice, preferisse i saggi ai romanzi.

Proprio dei saggi si è parlato in occasione dell’uscita di una nuova raccolta, Voltando pagina (ilSaggiatore), a cura di Liliana Rampello. Comincia con queste parole della scrittrice.

Io almeno ho a volte sognato che il giorno del Giudizio universale, quando tutti i grandi condottieri e avvocati e uomini di Stato arriveranno in cielo per ricevere le loro ricompense – le loro corone, i loro lauri, i loro nomi indelebilmente incisi sul marmo imperituro – l’onnipotente guarderà san Pietro e gli dirà, non senza una traccia d’invidia nel vederci arrivare con i nostri libri sotto il braccio: “Questi non hanno bisogno di ricompensa. Qui non abbiamo niente, per loro. Sono quelli che amavano leggere”.

Intervista a Liliana Rampello (di Cristina Bolzani)

Una raccolta di saggi inediti. Cosa troviamo che non abbiamo letto in italiano e cosa c’è di significativo nella costruzione di questa raccolta?
Voltando pagina è una novità soprattutto per una ragione. Io ho raccolto circa 600 pagine della saggistica woolfiana ma ‘strappandole’ a ben 4000 pagine dell’edizione inglese che finalmente è uscita completa. Gli inglesi sono bravissimi, hanno fatto un lavoro magnifico di ricostruzione cronologica di migliaia di inediti.

In questa raccolta, che non essendo la prima si doveva presentare con qualcosa di nuovo e di importante per Virginia Woolf, ci sono molti saggi che ci fanno capire per esempio quanto lei all’inizio della sua carriera avesse già un giudizio estremamente fermo, preciso, e riuscisse a esprimerlo in uno stile che poi ha mantenuto. Questa scoperta di una Virginia Woolf giovane ma non insicura permette una grande riflessione sull’immagine che noi abbiamo di lei.

E’ una lettrice onnivora. In questa raccolta ad esempio ho messo alcuni testi che apparentemente divagano sulla questione del saggio, perché sono chiacchiere fra amiche davanti a una tazza di tè su grandi libri. E soprattutto ho ripreso moltissimi degli autori contemporanei che lei stava leggendo, sui quali ci dice cose molto importanti e già molto decisive all’epoca.

Lei mette insieme in questo saggio l’atto della scrittura e della lettura in Virginia Woolf. Come queste due azioni si integrano e che valore hanno?
Leggendo l’insieme delle sue lettere e dei suoi diari, e leggendo l’insieme dei suoi saggi, quindi vedendo l’enorme lavoro che lei faceva quotidianamente, secondo me ci si può rendere conto abbastanza agevolmente che la sua giornata passava da un gesto all’altro, da un momento all’altro con grande fluidità e con una necessità interna molto profonda. Allora, riunire i saggi non più solo in ordine cronologico, non più solo in ordine tematico – come meritoriamente han fatto molte altre antologie italiane – ci permette di capire che cosa leggeva mentre stava lavorando alla Stanza di Jacob, o che cosa leggeva mentre lavorava alla scrittura di Mrs Dalloway. Vediamo quanto la lettura degli altri e la scrittura sugli altri permettesse a lei di trovare la propria voce. Questa inestricabilità è davvero molto importante per capire anche i romanzi; vale a dire, le due scritture – quella del saggio e quella del romanzo – si riflettono l’un l’altra, si rispecchiano, si parlano.

Virginia Woolf fa riflessioni, scrive in modo saggistico su tantissimi argomenti diversi, culturali però anche della vita quotidiana. Come potremmo descrivere il suo saggismo? Un po’ alla Montaigne in un certo senso…
Lei fa un riferimento giustissimo. C’è un saggio magnifico che lei dedica a Montaigne in cui dice appunto che scrivere è la vita. E lei in effetti scrive sempre, sia quando inventa dal punto di vista della fiction narrativa, sia quando riflette sulla lettura o sugli scritti degli altri , lei cerca sempre di strappare un pezzo della realtà e un pezzo della vita e di inserirla nel saggio. Non solo perché lo mette spesso a tema – la passeggiate per Londra, l’eclissi lunare, la caccia alle falene, sono momenti di vita quotidiana trasposti in saggio – ma proprio perché sempre, quando sta parlandoci di un libro immagina una scena, e immagina quella scena abitata da esseri umani in carne e ossa. Per cui anche se lavora sugli Elisabettiani, ci racconta come vivevano, ci racconta quale poteva essere secondo lei la loro vita quotidiana, e quindi innesta e scopre la verità di quel libro attraverso la scrittura del quotidiano. E questo è quanto fa anche nei romanzi, perché in fondo Mrs Ramsay e Mrs Dalloway sono due donne qualunque, una deve dare una festa e una organizza una cena. Quindi sono – io le avevo chiamate nel libro che avevo dedicato a Virginia Woolf Il canto del mondo reale “eroine del nulla”. Ma questo nulla è il tutto della vita che lei ama, cioè la quotidianità.