Heinrich von Kleist/L’asso nella neve

(Intervista a Anna Maria Carpi )

E’ uscito da poco, curato da lei, il Meridiano Mondadori dedicato a von Kleist (1777-1811): mi sembra che il drammaturgo e poeta tedesco sia piuttosto sconosciuto nella cultura di ambito non specialistico. Eppure è un grande interprete del Romanticismo tedesco. Che cosa può dire per invogliarci alla sua riscoperta?
Il nome è giunto anche ai profani, qualcuno ricorda il film di Rohmer, “La marchesa di O”, tratto da un suo racconto, e a teatro si sono visti “Caterina di Heilbronn” e la “Brocca rotta”e quest’anno, per i bicentenario della morte, “Il principe di Homburg”, ma la letteratura tedesca non è popolare, prova ne è che fra i librini di narrativa acclusi quest’estate alle edizioni dei quotidiani gli scrittori tedeschi erano pressoché assenti.

Quanto a Kleist, appartiene dall’inizio del ’900 alla cerchia dei massimi autori tedeschi. E’ comunemente considerato un romantico, e non lo è. E’ un outsider, con una precoce presa di coscienza dei mali della modernità. Personaggi in conflitto col potere costituito e col convenzionale rapporto fra i sessi: dialogano, ma la parola è causa di tragici equivoci, e anche in questo radicale dubbio sulla comunicazione Kleist ha precorso i tempi ed è vicino a noi.

Com’è articolato il libro su Kleist, e chi vi collabora?
Il libro dà al completo il teatro, i racconti, gli aneddoti, i saggi estetico-filosofici, apparsi sul quotidiano quasi interamente redatto da Kleist a Berlino tra 1810 e 1811, ma vi aggiunge – d’inedito da noi – un bizzarro poemetto omoerotico e una scelta di scritti di politica e costume e di “rapporti della polizia”, col che Kleist inaugurava quella che noi chiamiamo la cronaca nera. Le traduzioni italiane, di vari autori, sono up to date. La prefazione offre una veduta d’insieme delle opere, e la travagliata esistenza dell’autore è raccontata da un’ampia cronologia. Note ai testi e parte dei commenti sono dovuti a Stefania Sbarra, ricercatrice all’Università di Venezia. Preziosa la cura redazionale di Lucia Mattioli della Mondadori.

La morte di Kleist, l’omicidio-suicidio che coinvolge anche un’amica malata ricorda il gesto altrettanto estremo di Stefan Zweig. Esiste un possibile trait d’union tra i due?
Direi di no. Kleist nutriva da anni pensieri suicidi, ma non voleva morire da solo, tanto che propose un suicidio a due anche al suo amico Pfuel e a sua cugina Marie von Kleist. Nell’11 erano naufragate tutte le sue speranze di scrittore e si trovava anche senza più mezzi di sussistenza, Henriette Vogel, sua coetanea, sposata con un funzionario, aveva un cancro all’ultimo stadio, e la morte assieme al grande scrittore sfortunato dovette apparirle una fine altamente romantica.

La sua ultima raccolta di poesie è intitolata “L’asso nella neve”. Perché?
E’ una delle poesie “russe” del libro. Riporta un aneddoto dalla battaglia di Stalingrado: tutti morti, tutto finito, ma un ufficiale russo in ricognizione scopre in una conca di neve tre soldati tedeschi che giocano furiosamente a carte, e al “mani in alto” uno di loro che ha in pugno un asso e non vuole lasciarlo al nemico, lo fa a pezzi e lo sparge nella neve. L’asso, carta vincente che va nel nulla, mi è parso anche una metafora delle nostra esistenza.

In un articolo del Corriere della Sera uscito poco tempo fa il critico letterario Alfonso Berardinelli divide i poeti contemporanei in due filoni, i “criptici” e i più facilmente comprensibili, “autobiografici”, tra i quali inserisce lei. Si ritrova in questa catalogazione? E’ d’accordo con lui nello stigmatizzare l’oscurità di certi testi poetici contemporanei?
Dire autobiografico è pericoloso dopo la cosiddetta “morte dell’io” nella letteratura, ma mi conforta che il critico usi autobiografico come sinonimo di comprensibile e citi come autobiografici Saba, Penna, Bertolucci, Giudici e Cavalli, che sono anche i poeti che amo. Io sto certamente da questa parte. Anche come lettrice: un testo pretendo di capirlo, e capire è per me “riconoscere”, riconoscere qualcosa di noto sotto qualsiasi veste, per nuova e ignota che sia.

E’ indubbio che l’oscurità è intimidatoria, tanti l’applaudono a scatola chiusa per non dover dire non capisco e passare per incompetenti. Ma ci sono oscurità come per es. quella di Paul Celan, che hanno come un alone di luce che invita a cercare delle chiavi, delle istruzioni per l’uso (commenti critici), peraltro accessibili solo a chi abbia già una formazione. Certo, i più ne restano esclusi. Ma è noto che in tutta l’arte, non solo nella poesia, il ’900 ha portato una spaccatura fra l’artista e il pubblico e lo scrivere criptico è vecchio di cent’anni.

Come nasce il suo stile così limpido, lucido?
E’ come col diavoletto di Cartesio che, immerso nell’acqua, in un barattolo chiuso, va a fondo, ma se si esercita una pressione sul tappo, balza alla superficie. Se ho giù sul fondo un pensiero confuso, un’oscillante percezione del reale, un turbamento, che forse diventeranno una poesia, li metto sotto pressione. Cerco cioè le parole per dirli, e tante tante ne vengono su di sbagliate, di fredde o banali, di sciatte o cerebrali. Ma io credo a un’esistenza perentoria delle cose, e che per una cosa ci siano parole “giuste”, adeguate, quelle e non altre, le parole come dire? predestinate. Bisogna premere, premere, per gradi, finché montano, ad una ad una, e il diavoletto balza intero alla superficie.
Sono limpida, come lei dice. Ogni fantasia, ogni turbamento ha un perché, e i tanti interrogativi che saltano all’occhio nelle mie poesie sono un appello a cercarlo. Così, la lingua che uso è dialogica, prossima al parlato: gli interlocutori sono i vivi e i vicini, i “compagni corpi”.

Lei ha insegnato letteratura tedesca all’Università di Venezia e ha tradotto opere dal tedesco. Come interviene la sua attività di germanista e traduttrice nella scrittura?
Caschi il mondo, fare una buona lezione resta un valore incontrovertibile e io ho sempre amato insegnare. Decisiva nella mia formazione è stata la letteratura tedesca, non quella italiana, e credo sia per questo che nel bene o nel male mi sento così incondizionata, quasi senza modelli, nell’uso della mia madrelingua. Traduco, da molti anni, lirici tedeschi – un’avventura rispetto al tradurre prosa. E’ stato il mio modo di studiarli e acquisirli, anche per la mia scrittura, anche quella in prosa..

Anni fa ha pubblicato un romanzo molto interessante per la scrittura e il ritratto delle due donne protagoniste, “E sarai per sempre giovane” (Bollati Boringhieri 1996). Pensa che scriverà altri romanzi?
Era il mio secondo romanzo, titolo dalla canzone di Bob Dylan, l’emancipata Olanda degli anni 60-70, una coppia lesbica, due temperamenti violenti e opposti: tutto osservato dal vero. Mi piacerebbe tanto ripubblicarlo. Poi ho scritto, su di me dall’infanzia fino agli anni 80, “Il principe scarlatto” (2002), poi “Un inquieto batter d’ali” (2005), una vita di Kleist in cui ho tramutato molte sue lettere in dialoghi teatrali. Altri romanzi? Non so. Quanti ne escono, che anche leggendone delle entusiastiche recensioni, non fanno voglia. Sappiamo ormai tutto di tutti in tempo reale e il reale è costantemente profanato dai media: come riusarlo? Inventare? Sì, ma non è il mio forte. Sento che devo trovare una terza via, ma è come una musica lontana di cui non mi vengono ancora le parole

Nel suo percorso di studiosa e intellettuale da quale scrittore tedesco è stata più affascinata?
Tolti i poeti, da Robert Musil, da “L’uomo senza qualità”.

Quali sono secondo lei gli scrittori, saggisti o poeti tedeschi più importanti e da seguire oggi?
Fra i saggisti Michael Maar, fra i critici militanti Iris Radisch e Gustav Seibt, fra gli scrittori Uwe Timm, noto anche da noi, Uwe Tellkamp, Martin Mosebach, Eugen Ruge, Sibylle Lewitscharoff. Una personalità di particolare spicco, nella poesia e nella saggistica, è Durs Gruenbein. (Intervista di Cristina Bolzani)