L’ombra dell’oppio

L’ombra dell’oppio e dei traffici connessi torna a incombere in Oriente. Secondo un rapporto sul Sudest asiatico dell’agenzia Onu sulle droghe e il crimine, in Birmania la coltivazione del papavero da oppio aumenta. Sale anche la produzione di droga finita (più 5%, per un totale di 670 tonnellate), e salgono anche i prezzi: nel 2010 un chilo di oppio valeva 305 dollari, quest’anno ne vale 450, più 48%.

Per inquadrare l’argomento è utile una storia sociale dell’oppio scritta da Zheng Yangwen, ricercatrice presso l’Istituto di Studi Asiatici dell’Università Nazionale di Singapore, e pubblicata qualche anno fa da Utet.

Il libro ripercorre la storia del consumo di oppio in Cina dal 1483 al XX secolo. Da quando, a metà del regno dei Ming, veniva offerto in dono dagli Stati vassalli e usato a corte come afrodisiaco, al suo uso per scopi ‘ricreativi’ da parte dei cinesi di diverse classi sociali e regioni. E’ così che nasce una sorta di cultura dell’oppio. Ed è questo che interessa all’autrice, aldilà del traffico e delle guerre dell’oppio: capire come e quando il consumo si insinua e cresce velocemente all’interno della società cinese, diventando un diffuso bene di lusso. All’inizio del XX secolo l’oppio veniva usato quando si intrattenevano gli ospiti e la famiglia. Il ‘vizio di Shanghai’ (famose le fumerie della città) si sviluppa nell’era nazionalista e nel dopo-Mao. Ma anche nel XXI secolo , assecondando il detto – conclude l’autrice – che “nemmeno il fuoco in una prateria può distruggere l’erba; essa ricresce quando soffia la brezza di primavera”.

Storia sociale dell’oppio
Zheng Yangwen
XVIII-261 p., rilegato
Traduzione di Cristina Caneva
2007, UTET