Elegie per il futuro

La musica si sentiva abbandonata da lui. Suonava le ballads e gli standards di sempre con una lunga serie di carezze che non portavano da nessuna parte e scemavano nel nulla.

Era così che aveva e avrebbe sempre suonato. Ogni volta che intonava una nota le diceva addio. Talvolta non la salutava neppure. Quelle vecchie canzoni erano abituate a essere amate e desiderate da chi le suonava; i musicisti le coccolavano e le facevano sentire fresche, nuovissime. Con Chet, le canzoni si sentivano trascurate. Quando la suonava lui, una canzone aveva bisogno di essere consolata: non era il suo modo di suonare a essere carico di sentimento, era la canzone stessa a esserlo, perché si sentiva ferita. Si avvertiva che ogni nota cercava di rimanere con lui un poco di più, implorandolo. La canzone stessa supplicava chiunque fosse disposto ad ascoltarla: ti prego, ti prego, ti prego.

E stando ad ascoltare, capivi non solo la bellezza ma anche la saggezza racchiusa in quelle canzoni. Messe tutte insieme erano come un libro, una guida onirica del cuore (…) Era tutto lì, tutti i romanzi del mondo non avrebbero potuto dire di più sugli uomini e le donne, e sugli istanti che si accendono fra loro come stelle. (…)

Adagiò la tromba e andò in bagno. Quando lei udì lo scatto della porta che si chiudeva, si sorprese a pensare come perfino questo minimo distacco fosse velato di tristezza. Ogni rinchiudersi di porte dietro di lui era quasi un presagio della separazione finale che doveva venire, proprio come ogni nota che suonava pareva essere l’ultima della canzone: come se l’improvvisazione fosse in lui una forma di chiaroveggenza, come se suonasse elegie per il futuro. (Geoff DyerNatura morta con custodia di sax, Instar Libri)

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Amore a Venezia, morte a Varanasi

L’infinito istante