Quei settecentomila in meno

Scomparsi. Nessuno sa dove né perché. Sono stati l’orgoglio dell’editoria italiana per un anno, il ‘picco’ del 2010, queli 732.000 lettori in più. E ora, il calo del 2011. Oltretutto, più della metà degli scomparsi arriva dai cosiddetti lettori ‘forti’ – quelli che leggono almeno un libro al mese, che in altri Paesi magari sarebbero definiti lettori ‘normali’. La triste notizia è data dal nuovo numero del Giornale della Libreria. A commentarla si rischia di ripetere cose già stradette, ma siccome ci sono delle coscienze – fossero anche solo quelle del marketing, abituate a logiche quantitative – che si risvegliano solo con i numeri (vedi l’effetto-spread), forse questa volta è il caso di ripeterle. 

Per esempio, è il caso di ripetere che le paure degli editori tradizionali verso il mondo dell’e-book sono sovrastimate, almeno finora, e li allontanano dal vero problema. E qual è il vero problema degli editori? Le loro scelte editoriali, cioè quello che arriva in libreria. Se i libri pubblicati sono tali da riempire a Natale le grandi librerie ma da farne luoghi semideserti negli altri giorni, forse i libri per molte persone sono diventati un bene di consumo come tanti altri, e non più – non molto – una necessità della loro vita quotidiana.

E poi quale oscura necessità dovrebbe portarci a leggere  i libri più in vista nelle librerie, se sono, in tutte le librerie salvo preziose eccezioni, sempre gli stessi cosiddetti best seller, emanazioni del mondo mass-mediatico, televisivo, calcistico, o i soliti furbi romanzucoli? Certo, si possono comprare gli editori medi e piccoli, di solito più coraggiosi, più capaci di scouting. Ma dove sono? Parte la caccia al tesoro. E non che i siti di vendita online vadano meglio: c’è sempre una grande muraglia dei soliti noti, e le migliaia di libri gialli e di cuochi ammiccanti che sbarrano il cammino verso altre scoperte. 

Gli editori hanno ragione quando rivendicano, timorosi, davanti al fenomeno del self-publishing, una diversa e più articolata qualità nel loro lavoro, che è giusto proteggere e valorizzare: la filiera che passa dal chi sceglie – avendone visto le qualità – di pubblicare un libro a chi poi lo gestisce nei vari passi dell’editing, è una nobile prassi. Ma oggi  questi editori devono farsi qualche domanda, ben aldilà delle paranoie generiche verso la lettura digitale. Tutto l’ambaradan di professionisti nelle case editrici a cosa serve, se le scelte sono quelle che vediamo? Non parliamo poi del critico letterario, figura ormai pressoché inesistente, salvo rarissimi casi. Non stupitevi se il lettore fugge. Se ha la fortuna di farlo legge libri in lingua originale, oppure va su Internet e scopre mondi inaspettati. E sì , magari a Natale ne compra dieci, di libri. Il libro-cadeau, come vezzo del lettore ‘forte’ che fu.