Scrittori, aspiranti

Abbiamo capito dove sono finiti, forse, alcuni o molti dei settecentomila lettori in meno  nel 2011. A scrivere. “Negli ultimi 10 anni – dice Alberto Rollo della Feltrinelli  – sono aumentate le pubblicazione di autori italiani. Una tendenza, questa, che coinvolge tutto il mercato editoriale e che abbiamo verificato a partire dal biennio 1995-96. Ma su cento libri che si fanno, solo il 7% raccoglie dei risultati interessanti”. Una parte minima degli esordienti ha un riscontro positivo: “Se consideriamo il lavoro di tutti gli editori, su cento idee di esordienti se ne pubblicano il 10%“.

Ad emergere sono alcuni generi ‘forti’: su tutti quello fantasy. Ma anche il giallo  all’italiana, o le storie intimiste, come tradizione vuole, più femminili.

“Da 6 o sette anni – spiega Rollo – ci provano tutti con il genere giallo. Ma attenzione: forse perché c’è stato prima il fenomeno Montalban, e poi quello Camilleri, notiamo che l’attenzione è rivolta, piuttosto che al crimine in sé, alla figura del commissario: un investigatore che assume delle caratteristiche umanamente molto specifiche. Al posto dell’elemento portante della trama, vince la psicologia dell’investigatore. L’altro aspetto interessante, tipicamente italiano, – evidenzia Rollo – è che ciascuno di questi personaggi è molto provinciale: in redazione arriva la serie dell’ispettore umbro, dell’ispettore ligure o di quello siciliano”.

(Manuel Vázquez Montalbán nel Raval di Barcellona – foto Consuelo Bautista).

Giulia Ichino, editor narrativa italiana Mondadori, sottolinea che la gente scrive sempre di più su se stessa: “Ci sono infiniti memoir, la gente per lo più scrive di sé. Ed è la cosa che va meglio. Ci sono  storie autobiografie di ogni tipo: storie di amori, di malattie, di morte, di droghe, di formazione”.

Poi, continua Ichino, “c’è il genere storico e quello d’amore e sentimentale. Qui  riscontriamo esiti molto imitativi nei confronti dei modelli stranieri del momento. Senza dimenticare il filone futuribile che va dai romanzi apocalittici, sulle sorti di un
mondo senza più fonti d’energie, alle vicende con alieni, che per lo più vengono scartate”.

Quanto alla qualità dei testi, il dato più vistoso è che molti aspiranti autori non hanno sviluppato uno stile autonomo. Si fa riferimento a modelli televisivi o cinematografici.

Il problema che si riscontra più spesso – riflette Ichino – è che coloro che inviano le proprie opere leggono poco e non hanno alcuna percezione dei modelli cui involontariamente si adeguano“.

“Modelli – sottolinea – che non sono più soltanto di altri scrittori, ma spesso sono quelli dei vari tipi di narrazione di cui oggi disponiamo. Ormai la fiction televisiva o cinematografica è a tutti gli effetti un tipo di narrativa”. Agli elementi più discutibili fanno da contraltare, però, quelli più favorevoli: “Le competenze di scritture degli italiani – spiega Ichino – nel complesso sono migliorate sia come padronanza della lingua comune, sia come diffusione degli elementi di base della narrazione”.

Da non sottovalutare, in questa variegata carrellata di proposte, i pamphlet politici. Un genere che ha avuto nuova linfa con la stagione berlusconiana e che non perde colpi.

Gli italiani, poi, amano raccontare la vita delle loro famiglie. E’ sempre Rossi a ricordare che “ci sono grandi saghe familiari: storie di famiglie ricche decadute. Oppure vicende di famiglie povere che ce l’hanno fatta. E’ come se – suggerisce – Thomas Mann fosse tornato quasi di moda. Di queste storie alcune ne ho acquisite: in questo momento i grandi quadri delle famiglie italiane interessano. Forse si sta tornando a guardarsi dentro, probabilmente perché il mondo di fuori ha perso appeal”. (Interviste di Adnkronos)