Qu’ils mangent de la brioche!

“Da due secoli a questa parte, storici e biografi non hanno smesso di interrogarsi su di lei , anche se, come spesso accade quando si chiama in causa la Rivoluzione francese, hanno preferito perlopiù le incrollabili certezze delle scelte di campo alle sorprese di un’indagine che tenti di essere imparziale.

Per tutto l’Ottocento i giudizi su Maria Antonietta furono fortemente condizionati da due opposti stereotipi: quello creato dalla Restaurazione che l’ha idealizzata come regina martire, occultando dietro un velo di pudore e di rispetto quanto poteva apparire in contraddizione con la sua icona sacrale; e quello della sovrana indegna a cui andavano imputate responsabilità gravissime costruito dalla storiografia repubblicana e antimonarchica.

Qualcuno, come Thomas Jefferson, ha addirittura sostenuto che senza di lei, la Rivoluzione non ci sarebbe stata.

Uno dei primi a sottrarre Maria Antonietta a questi schemi deformanti e a riconoscerle il diritto di essere se stessa, è stato uno scrittore del suo paese d’origine, il romanziere austriaco Stefan Zweig.  Apparsa a Vienna nel 1932, la sua biografia, la più appassionante mai scritta sulla sventurata regina, non ha solo contribuito a rinnovare radicalmente l’interesse per Maria Antonietta, ma ha condizionato in ampia misura le interpretazioni successive. Eppure il ‘segreto’ della personalità di Maria Antonietta continua a sfuggirci.

Se Zweig tracciò il ritratto indimenticabile di una giovane donna, né buona né cattiva, ma frivola, leggera, senza attitudini particolari e del tutto inadeguata al ruolo di sovrana, che si trasformava in regina solo al momento in cui le veniva strappata la corona, Antonia Fraser e Simone Bertière, autrici di due monumentali biografie a lei dedicate, preferiscono parlare di una evoluzione piuttosto che di una metamorfosi. La biografa inglese avanza la tesi di una lenta maturazione della personalità della sventurata sovrana attraverso la quale ella prende progressivamente coscienza dei suoi compiti; per la studiosa francese, non è tanto il carattere di Maria Antonietta a cambiare, quanto la realtà con cui ella si trova a confrontarsi nei diversi momenti della sua vita”.

“(…) Ma i divertimenti non bastavano a riempirle la vita, e nessuno, in quegli anni Sessanta che avevano decretato il trionfo di Rousseau, poteva rinunciare a essere sentimentale. Da troppo tempo sola, duramente provata dall’esperienza matrimoniale, Maria Antonietta riscopriva le dolcezze dell’amicizia nel legame simbiotico con la principessa di Lamballe e con la contessa di Polignac. Tuttavia, se l’amicizia obbediva in lei ai dettami del cuore, il suo modo di dimostrarla era pur sempre quello di una regina, e la pioggia di benefici, cariche, onori che ella faceva piovere sulle due favorite, e in particolar modo sull’insaziabile clan dei Polignac, non poteva non suscitare l’indignazione dell’intera corte.

E poiché per espandersi l’amicizia aveva bisogno di intimità, di spontaneità, Maria Antonietta ne godeva le gioie lontano dai grandi saloni d’apparato, nel chiuso dei suoi appartamenti e dell’incantevole Petit-Trianon, che Luigi XVI le aveva offerto in dono.

Anche Maria Leszyńska aveva avuto la stessa esigenza, ma l’aveva manifestata con una discrezione e moderazione ignote alla giovane regina. Maria Antonietta si limitava a  scomparire quanto più spesso le era possibile al Petit-Trianon con pochi intimi, senza che nemmeno le sue dame di compagnia potessero seguirla”.
(Benedetta Craveri, Amanti e regine, Adelphi)

 

 

L’affaire du collier

Le rose di Versailles

 Berlinale 2012

 

 

 

Les adieux à la reine, B. Jacquot 2012

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Marie Antoniette, S. Coppola 2006

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