Sir Arthur contro Holmes

Ci voleva la nota psicoanalista, biografa di Lacan, Elisabeth Roudinesco, per firmare per Le Monde questa lettura sul ‘dissidio’  Holmes/Conan Doyle e sul lato precursore di Freud in Sir Arthur.

Se è vero – scrive – che tutta la fine del XIX secolo è stata ossessionata dall’irruzione di un discorso narrativo, fondato sia sulla sottomissione al positivismo che sulla fascinazione per i segni dell’anormalità, è insolito constatare come un personaggio immaginario, Sherlock Holmes, sia diventato così reale che si è quasi dimenticato il nome del suo creatore: Sir Arthur Conan Doyle (1859-1930), scrittore vittoriano, nato a Edimburgo, discepolo di Poe, medico impegnato in Sud Africa contro i Boeri, ribelle e visionario, che ha sposato con altrattanta passione la causa dello spiritismo come quella di sua madre, alla quale ha obbedito in tutte le cose.

E’ ispirandosi a questo tema del doppio oscuro che Emmanuel Le Bret in un saggio biografico mostra come Conan Doyle fu costretto, durante la sua vita, a far esister Sherlock, mentre sognava di essere al pari di Walter Scott o di Alexander Dumas. Sir Arthur dava molta più importanza  ai suoi romanzi, ai suoi saggi e al teatro – grande lavoro che quasi nessuno legge oggi – piuttosto che alla saga del detective, la sua duplice maledizione …

Costantemente confuso con il suo eroe, Conan Doyle, esasperato, decide nel 1893 di ucciderlo, all’età di 39 anni, ai margini di cascate di Reichenbach in Svizzera, in singolar tenzone con il suo acerrimo nemico, il professor James Moriarty, l’incarnazione della cattiva scienza e soprannominato il “Napoleone del crimine”: “Immediatamente, ha scritto Le Bret, si alza la protesta (…) e molti sconosciuti hanno scioperato (…) o indossato bracciali di crêpe nero. “

Per dieci anni Doyle si sente liberato dal suo male interiore. “Ho potuto rivivere, almeno per qualche anno, ho una tale overdose di lui – come se avessi mangiato troppo paté de foie gras – che pronunciare il suo nome mi dà ancora la nausea.”

Eppure nel 1903, vergognandosi di aver fatto trionfare il male (Moriarty), resuscita il suo eroe, prima nel Mastino dei Baskerville, che ambienta l’azione prima della morte di Holmes, poi in una serie di nuove avventure. Il mondo britannico tira un sospiro di sollievo e raddoppia gli abbonamenti a Strand Magazine. Sir Arthur non farà più sparire Sherlock. .

In un libro uscito ora, Le méthode de Sherlock Holmes  Dominique Meyer-Bolzinger dimostra che Sherlock anticipa l’approccio psicoanalitico: infatti – spiega Roudinesco – il suo metodo di indagine si riferisce a una clinica dei segni contemporanei di Joseph Babinski (1857-1932), inventore di una semiologia lesionale che lo ha portato a isolare il famoso segno del riflesso inverso dell’alluce, per individuare una lesione del tratto piramidale.

 Si noti che questo neurologo geniale, molto ‘sherlockiano’ , era un essere doppio, sia positivista che affascinato dai fenomeni di telepatia.

Dominique Meyer-Bolzinger ha studiato il profilo di due successori di Sherlock: Hercule Poirot, che accompagna Agatha Christie per 55 anni (1920-1975), e Jules Maigret, che è stato, dal 1931 al 1972, l’ombra di Simenon. Uno e l’altro, dice, hanno messo in relazione il paradigma indiziario  alla psicoanalisi, contribuendo ad una ‘perennità psichica’ del modello holmesiano. 

 Tra Wittgenstein e Colombo