Il desiderio di niente

QUARTO RITRATTO
Il desiderio di niente

Il nostro quarto ritratto è quello del desiderio come “desiderio di niente”. Possiamo evocare un celebre personaggio per dare corpo a questa nuova versione del desiderio. Si tratta della figura di Don Giovanni. Ma cosa sarebbe il desiderio di niente? Sinora abbiamo visto, seguendo Lacan, come la struttura basale del desiderio sia il desiderio come desiderio dell’Altro.

 Desiderio del desiderio dell’Altro, desiderio come desiderio di riconoscimento, desiderio che si soddisfa nel segno del riconoscimento. Ma anche – ed è il tratto più inquietante del desiderio messo in evidenza dalla figura della Mantide religiosa – desiderio dell’Altro come volontà enigmatica, come abbraccio fatale e minaccioso dell’Altro, come rischio di essere divorati dall’Altro, come spinta che viene dall’altro e che sovrasta in modo angosciante il soggetto.

Il desiderio come desiderio di niente sembra invece sganciarsi da ogni relazione con l’Altro. Non è più desiderio dell’Altro, non è più in relazione con l’Altro, ma è desiderio che consuma se stesso, desiderio, dunque, di nessun oggetto, desiderio di niente appunto.

Cosa significa? Significa che la natura del desiderio porta con sé non solo la necessità del legame con l’Altro, ma anche una incompatibilità di fondo. Il desiderio umano non è solo desiderio dell’Altro, non è solo ciò che ci appaga simbolicamente nel desiderio dell’Altro, nel sentirsi riconosciuto, voluto, desiderato dall’Altro, ma è anche desiderio d’Altro, desiderio che sospinge al di là di ogni possibile oggetto, al di là di ogni possibile soddisfazione, compresa quella simbolica del riconoscimento. Il Don Giovanni si presta a incarnare questa fuga perpetua e inquieta del desiderio: nessuna è mai abbastanza. L’umano è travolto dalla forza del desiderio come desiderio di niente. I poeti e gli scrittori hanno cantato spesso questa dimensione diabolica e perennemente insoddisfatta del desiderio. Hanno cantato quel tratto eccentrico, deviante, bizzarro, evanescente, aleatorio che accompagna il desiderio come desiderio dell’Altro. E’ quella dimensione del desiderio che non s’incarna solo nell’isteria, ma anche nella spinta compulsiva al nuovo, al non ancora visto e al non ancora conosciuto, all’al di là dell’oggetto a disposizione.

Il desiderio come desiderio d’Altro è desiderio non di “questo”, di ciò che ho, di ciò che è presente, ma sempre di “altra Cosa”, di una Cosa che non può mai essere presente. Per questo, secondo Lacan, i bambini dicono di volere la luna. Non un oggetto del mondo tra gli altri, ma qualcosa che dal mondo si vede ma è fuori dal mondo. Essi vogliono l’oggetto impossibile da avere, l’oggetto irraggiungibile, oggetto degli oggetti, l’oggetto di un altro mondo.

Nel desiderio come desiderio di niente, come desiderio d’Altro, si tratta del desiderio come insoddisfazione perpetua, del carattere anarchico, impossibile da educare, irrequieto, intemperante del desiderio che si manifesta potentemente nella figura del Don Giovanni, il quale rincorre e seduce senza tregua le sue prede senza mai potersi fermare a una sola. Egli è il ritratto del desiderio come desiderio d’Altro, come desiderio di niente. Per questo il desiderio di Don Giovanni – nella sua fuga incessante – porta alla dissipazione e alla morte. Lo sanno bene certe isteriche che alla fine della loro vita restano con un pugno di mosche: hanno sempre obbedito alla legge del desiderio d’Altro vivendo in una perenne inconcludenza. (tratto da M. Recalcati, Ritratti del desiderio, R. Cortina 2012

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Massimo Recalcati – Bartleby Café