Antigoni éternelles

Antigone è tra le figure della classicità più rivisitate e ‘trasformate’. Se è vero che come sostiene Montaigne, siamo “solo gli interpreti di interpretazioni”, ripercorrendo le sue interpretazioni nel mito, nella letteratura, nella critica, a teatro, capiamo perché Antigone è diventata importante, passando attraverso la visione di Euripide, Hegel, Brecht, Hölderlin, Kierkegaard, Nietzsche, Freud… Nel saggio Le Antigoni  George Steiner scrive:

«L’Antigone di Sofocle non è “un testo qualunque”. È una delle azioni durature e canoniche nella storia della nostra coscienza filosofica, letteraria e politica. Al centro di questo libro si trova l’abbozzo di un tentativo di rispondere a una domanda: Perché una manciata di miti greci antichi continua a dare la sua forma vitale alla nostra percezione di noi stessi e del mondo? Perché le “Antigoni” sono davvero éternelles e direttamente rilevanti al momento presente?»

Una risposta a questa domanda può essere quella lacaniana, che individua in Antigone l’espressione del desiderio puro o desiderio di morte.

La storia di Antigone può essere ricapitolata mettendo a fuoco il suo dilemma fondamentale, ovvero quello di dover decidere tra la Legge del suo cuore che gli impone di dare sepoltura a Polinice – il fratello morto in battaglia – perché il suo corpo sia preservato dallo scempio dell’esposizione pubblica, perché non diventi carogna, carne esposta al vento, ma trovi riposo nel conforto simbolico dell’urna, e la Legge della città, incarnata dal re Creonte, che stabilisce che i traditori della patria (tale era Polinice) non hanno diritto al rito della sepoltura.  Ecco il primo dilemma con il quale Antigone si confronta: obbedire alle Leggi della città oppure seguire la Legge del cuore che implicherebbe fatalmente la disobbedienza alle Leggi della città.  Tra le due leggi non esiste infatti per Antigone alcuna mediazione, nessun accordo possibile. La Legge singolare del cuore è rigidamente contrapposta a quella universale della città. In questo dilemma Antigone è sola. La sua scelta scaturisce da una decisione che non trova alcuna sponda nell’Altro, ma che è come un salto nel vuoto. Antigone è confrontata con le conseguenze terribile che comporterebbe scegliere la via della trasgressione delle leggi della città. La rivendicazione del diritto umano alla sepoltura – essendo interdetto dalla Legge – comporta per Antigone la pena di morte. Se ella sceglierà di andare sino in fondo al suo desiderio, se deciderà di non indietreggiare di fronte al suo voto, di fronte alla sua decisione di offrire al fratello morto una sepoltura degna, verrà sepolta viva. Se Antigone non scenderà a patti con l’Altro, se non terrà conto dell’esistenza della Legge incarnata dal rigore sadico di Creonte, perderà la propria vita. Lacan parla di una “inflessibilità” radicale di Antigone. Ella preferisce sprofondare nella morte piuttosto  che venire meno al voto del suo desiderio che allora diviene, proprio in quanto “desiderio puro”, desiderio non disposto a cedere su se stesso, dunque “desiderio di morte”. (…)

(sopra, Antigone e Creonte, disegno di Jean Cocteau)

 A proposito del possibile accostamento della psicologia di Antigone con quella dell’integralismo fondamentalista, Recalcati precisa: Certo, si può dire, come farà Hegel, che il suo fondamentalismo le impedisce di cogliere il punto di mediazione tra le due leggi, ma resta il fatto che la sua tragedia non coinvolge le vite degli altri, non si arroga il diritto di uccidere l’Altro in nome della sua Causa. Antigone non ammazza, non elimina l’impuro, ma assume su di sė il peso della sua scelta singolare. (…).

E poi diventa il paradigma del desiderio lacaniano , che ha insito un fatale, puro azzardo. Antigone mostra il rischio che attraversa inevitabilmente l’esperienza soggettiva del desiderio, il rischio dello sbandamento, della perdita, della sconfitta, del disastro, della rovina tragica. Ogni volta che desideriamo qualcosa in proprio, ogni volta che facciamo esperienza del desiderio come un assoluto singolare, ogni volta che noi rodiamo a “desiderare il nostro desiderio” resistendo al sollievo dell’ipnosi, come si esprimeva Lacan nel Seminario V, ogni volta che arriviamo al punto estremo dove decidiamo di assumere singolarmente il desiderio che ci abita, raggiungiamo inevitabilmente – come ci insegna Antigone – un punto di solitudine, un punto dove la terra dell’Altro è come se si ritirasse e ci ritrovassimo “soli e senz scuse”, come affermava Sartre, senza la protezione dell’Altro, senza bussola. Senza nessuna garanzia circa la possibilità di realizzazione del desiderio, del nostro voto, al largo, in mare aperto, esposti alla nostra più radicale vulnerabilità. Nessun Altro, in effetti, ci potrà salvare rispetto al compito che il desiderio inconscio ci assegna. Nessun Altro potrà garantire che la nostra assunzione del desiderio sia feconda, fruttifera, generativa, capace di produrre vita oppure che essa si riveli destinata alla perdita, alla deriva mortifera, allo scacco, allo smarrimento assoluto.  (tratto da Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio).

Tra il 1790 e il 1905 era unanime il giudizio critico, soprattutto da parte del Romanticismo tedesco, che vedeva in Antigone la migliore tragedia (greca). La devozione per il personaggio si spinge fino al Novecento. Antigone dall’anima di luce/Antigone dagli occhi di viola, scrive D’Annunzio nell’Alcione.

Di tutte le creature, reali o inventate, Antigone possiede la “più sororale delle anime”, come scrive Goethe. L’eroina incarna il concetto di sorella. L’intraducibile verso con cui si apre la tragedia – osserva Steiner – consolida nella “sorellanza” l’essenza finale delle identità e delle relazioni umane. La fortuna di Antigone è dovuta al fatto che la centralità del rapporto fratello-sorella sarà un tema portante dell’Ottocento – se ne trovano esempi in Wordsworth, Shelley, Byron… anche con ombre di incesto – fino all’Uomo senza qualità di Musil. Sarà Freud a rivoluzionare questo assetto, verso il 1905, rendendo significative le linee di parentela verticali – come padre-figlio – e mettendo al centro Edipo – con la teorizzazione dell’omonimo complesso che diventerà l’architrave della psicoanalisi – al posto di Antigone (ma della della figlia Anna amava dire che era la sua Antigone).