Cercando Emily Dickinson

 

 

Intervista a Alessandra Cenni, autrice di Cercando Emily Dickinson (Archinto).

“Nel secolo scorso, una giovane donne sola della provincia americana, praticamente priva di contatti con l’esterno, proponeva una visione della poesia come Viaggio”. In che senso la poesia di Emily Dickinson è un viaggio?

Intendo in senso quasi iniziatico. Viaggio, percorso, itinerarium in mentis. Lei si muoveva in mille direzioni pur senza spostarsi da casa, la poesia viaggiava per lei. Nel tempo e nello spazio.

Nella poesia si  Emily Dickinson vede un tratto freudiano nel gioco di opposizioni  assenza-presenza, che viene accostato al gioco del rocchetto fort/da, di sparizione e riapparizione. Come gioca questa dinamica nei suoi versi?

E’ vero, ho sostenuto questo in un passo del mio saggio. Sì, è un riferimento a Lacan più che a Freud. E’ Lacan che ha studiato meglio i rapporti con il linguaggio e la negazione, molto importante come chiave di lettura per la poetica di Emily. Ritengo che molte delle poesie di Emily Dickinson siano fondate sul gioco della riappropriazione. Ogni verità che lei scopre e vuole far conoscere al mondo è basata sull’opposizione. La presenza si rivela dall’assenza, l’estate dall’inverno, la parola dal silenzio. Ed è la mancanza dal suo corpo, la dislocazione che le fa scoprire la propria sussistenza. E’ il silenzio che la consegna alla poesia. Così la bambina che scompare dallo specchio, che si nasconde nella sua stanza a parenti e amici, si cela per meglio essere compresa, forse; certo, per meglio comprendersi e possedersi.

Emily Dickinson è figlia di una cultura puritana conformista, ma ha una relazione dialettica con le sue radici. Nel saggio lei sottolinea le diverse maschere che indossa, e “l’idea della fuga, come stratagemma per vivere”. Però la prigione che si crea è nella casa del Padre. La fuga più perfetta, perché la più dissimulata nei luoghi a lei familiari?

Certo, Alice scappa dal proprio giardino. La porta stretta è tra le pareti di casa. La fuga accompagna ogni suo desiderio, ma non scappa nella realtà. Rifiuta di insegnare altrove, a Baltimora, come fece la sua amica Susan Gilbert. Resta “nella casa del Padre”, ma prepara ogni giorno vie di fuga, ovviamente metaforiche. Non so quanto le interessasse la realtà. Quando si trattava di poter evadere davvero, rifiutò, per restare proprio dov’era. “L’infinito ha la latitudine di casa”.

Che importanza ha avuto l’amico Thomas Higginson nell’evoluzione di Emily? E chi è il misterioso Master al quale lei rivolge lettere appassionate?

Higgison è stato il suo “maestro” amico, direi, ma neppur tanto maestro, dato che si diverte spesso a prenderlo benevolmente in giro. Si firma in modo buffo, cercando di sorprenderlo. Ma la rozzezza del suo buon amico non ne veniva scalfita affatto. Ricordo un passo molto bello in cui Higgison descrive le sue prime impressioni dopo aver conosciuto Emily personalmente. Dice alla moglie: “Quella donna non è “buona”, prosciuga le energie. Sono felice di non viverle accanto”. Il Master è uno dei misteri della letteratura. Cerco di rispondere a questi interrogativi che non hanno mai avuto risposte certe. Secondo me, non può essere il reverendo Wadsworth perché le lettere che gli scrive sono troppo erotiche per essere scritte a un uomo di Chiesa.

C’è una tesi, in genere messa da parte dagli studiosi più noti, che cioè, il Master potrebbe anche essere una donna. Di fatto, non si riconosce mai un oggetto di desiderio maschile nelle poesie d’amore di Emily, invece sono riconoscibilissimi i segni dell’omoerotismo e i turbamenti legati alle sue inquiete amicizie femminili, come quella fondamentale per Susan Gilbert, che poi sposerà il fratello Austin e per Kate Scott, un’amica molto amata e poi perduta. Credo che ci sia molta invenzione, molto gusto vittoriano e romantico, in queste lettere, un po’ demoniche, in cui Emily lascia trapelare un coté persino un po’ masochista. Non si sa davvero chi sia il destinatario reale di una così accesa e inappagata sensualità.

A proposito della madre lei parla di “inafferrabilità”, “insufficienza affettiva”, “inconsistenza del carattere”, mettendo in relazione queste caratteristiche con le sue qualità poetiche e con “l’assenza”. Lei dice che nessuno influenza la sua crescita “come la donna banale che le fu madre”. Chi era questa madre vacua, ma fomentatrice di poesia in Emily?

Non lo dico io, lo dice Emily. Per lei ha parole di disprezzo. Asserisce che “mia madre non sa cosa significhi pensare”. Però c’è molto affetto, naturalmente. I punti di riferimento della famiglia erano la madre e la sorella, dopo la morte dell’adorato Padre. Dopo questo evento terribile, si riavvicina nel lutto alla madre e, come spesso avviene, i ruoli si invertono: Emily diventa madre di sua madre, così la ritrova teneramente, durante la malattia che la portò alla morte.

Con il fratello Austin Emily vive un doppio tradimento, quando lui sposa l’amica Susan Gilbert. Al punto che Austin diventa per lei “un ladro” del suo affetto… “L’amore per Sue è fissato all’oralità, legato al nutrimento; la sua assenza è fame e deserto. Oltre a vederla come oggetto d’amore e madre elettiva, Emily s’identifica con Sue. Desidera condividere la vita di lei, vuole ‘mescolarla’ alla sua. Quando Austin diventa ineliminabile, Emily si stringe più fortemente a Sue, si immedesima in lei, nelle sue condizioni psicologiche”.
Che spazio ha questo rapporto nella vita di Emily?

Uno spazio molto importante. Il fratello era un uomo brillante, di cultura. Ma certo Emily non poteva sopportare che lui stesso fosse il rivale in amore con la sua prediletta amica. Questa gelosia la portò sull’orlo della follia: fu un trauma tremendo di cui tutta la famiglia si accorse, tanto che i due coniugi decisero di non andare a vivere altrove come avevano progettato, ma restare nella casa accanto, Dickinson House, per non procurare ad Emily un dolore forse mortale. Si ammalò infatti anche agli occhi e da allora non volle più uscire di casa. Tuttavia, ebbe sempre parole affettuose per entrambi e fu costretta persino a fare da “messaggera d’amore” tra i due, forse per non perderli. In ogni caso, Susan non fu felice in questo matrimonio, forse voluto anche per essere vicina alla sua amica. Perse anche un figlio e questo dolore fu raccontato esemplarmente da Emily, che non perse mai i contatti con la famiglia del fratello “Pegasus”.

Così come dell’assenza, Emily Dickinson forgia una poesia della morte, nel senso di perdita. “ ‘Era pronto a morire?’ chiede sempre, di ogni amico che se n’è andato”. E lei, che aveva conosciuto la morte fin da giovane, era pronta a morire?

Non si sa. Certamente questo non si può sapere. A mio parere sì. Potremmo dire, con Rilke, che essa aveva maturato in sé la sua morte. Visse serenamente accanto alla sorella Vinnie, che affrontava neglio la vita pratica e quando se ne andò “sapeva” di lasciare al mondo un tesoro inestimabile di poesia. Lo sapeva, secondo me, perché quella era la sua sfida al nulla.

“Anche per Dickinson, come per Rimbaud e Baudelaire, il poeta è cercatore d’Ignoto, il Veggente dalle intricate foreste di simboli”.
Quanta eredità di Emily Dickinson c’è ancora nella poesia contemporanea?

Senza Emily Dickinson non sarebbe esistita la poesia contemporanea così come la conosciamo. La poesia americana ha avito due grandi strade maestre: Dickinson e Whitman. Potremmo chiederci chi ha seguito più l’una o l’altra strada. Se negli anni ’60 sembrava aver prevalso la lezione del “grido” whitmaniana, credo proprio, che nella ricerca della parola in essenza, nella vocazione alla profondità e autenticità della parola, nella raffinatezza del wit che dà un’energia particolare alla scrittura poetica acuta come un’aforisma e profonda come pensiero filosofico, la lezione di Emily Dickinson – il poeta tuttora più letto e amato al mondo – si riveli di sorprendente attualità. Soprattutto per le giovani generazioni, proprio perché Emily scriveva la sua “lettera al mondo” non rivolta al passato o al presente, ma esclusivamente al futuro.

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I bottoni di Emily

Poesie

Alessandra Cenni, docente di Letteratura italiana, svolge attività di ricerca all’ Università di Roma Tor Vergata e Università Capodistria di Atene. Ha curato  l’Opera completa di Antonia Pozzi per diversi editori, dalla prima edizione moderna con Scheiwiller (1986) all’ultima con Garzanti (2009) oltre  alla biografia: In riva alla vita, (Rizzoli, 2002). Altre opere  della Pozzi a sua cura sono in via di stampa con Bietti e Scheiwiller-Sole 24 ore.
Ha scritto Cercando Emily Dickinson (Milano, Archinto, 1998) e il saggio biografico Gli occhi eroici (Mursia, 2011), dedicato alle pioniere degli amori trasgressivi del primo 900, come Sibilla Aleramo ed Eleonora Duse.