Libro, ferita e terapia

Il libro come ferita, la scrittura come terapia

Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle (SQ 87)

“Un libro deve essere un pericolo”, termina la citazione in epigrafe. Il libro infatti non serve a imparare, non deve essere letto col distacco di un giornale; deve invece procurare una lesione e uno spasimo, deve svegliare e fustigare, deve sconvolgere e rimettere tutto in discussione; deve in qualche modo cambiare la vita del lettore. Cioran riconosce che i suoi libri sono nati dal malessere e dalla sofferenza, ed è questo che essi devono trasmettere a chi legge. E’ insomma un errore voler facilitare il compito del lettore: egli non te ne sarà mai grato. Al lettore non piace capire, gli piace invece segnare il passo , gli piace in certo modo essere punito.

Ma non basta: “Guai al libro che si può leggere senza interrogarsi per tutto il tempo sull’autore!” (SQ 157). Non bisogna credere alla letteratura, soltanto ai libri che esprimono lo stato d’animo di chi li ha scritti, a quelli redatti a caldo, da cui traluce la vittoria sulla disperazione. Bisogna credere ai libri in cui l’autore parla molto di se stesso, in cui è materia della propria opera, nei quali egli stempera la violenza che vorrebbe usare contro il mondo, e ne fa atti mancati: “Se si scrive è per sbarazzarsi di qualcosa, non esiste letteratura impersonale” (AM 152). (…)

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Insomma, poiché le ossessioni espresse si attenuano, la scrittura lo ha aiutato a sopportare gli anni; essere “imbrattacarte” gli ha davvero impedito il suicidio. Se non si frequentano assiduamente le farmacie, scrivere è la più grande risorsa: “Esprimere è salvarsi, anche se si scarabocchiano soltanto sciocchezze, anche se si è privi di talento. Nei manicomi si dovrebbe fornire ciascun ospite di tonnellate di carta da riempire. L’espressione come terapia (AM 181).

La scrittura diventa sopportabile solo insieme alla visione che perirà. Scrivere libri ha un qualche rapporto con il peccato originale: il libro equivale infatti a una perdita d’innocenza, a un atto d’aggressione, a una riedizione della caduta originale. Pubblicare le proprie tare per far passare il tempo ad altri: ecco una sconcezza, una profanazione della propria intimità. Una tentazione se si vuole.
E’ dunque consolatorio sapere che la letteratura è destinata a perire. Anzi: è auspicabile che sia così: “A che pro la farsa dei nostri interrogativi, dei nostri problemi e delle nostre ansietà? Non sarebbe preferibile, dopotutto, orientarci verso una condizione di automi? Alle nostre tristezze individuali, troppo gravose, subentrerebbero tristezze tristezze in serie, uniformi e facili da sopportare; non più opere originali o profonde, non più intimità, dunque non più sogni né segreti. Felicità, infelicità perderebbero ogni senso perché non avrebbero un dove da cui emanare; ognuno di noi infine sarebbe idealmente perfetto e nullo: nessuno” (TE 139).

 

(tratto da A. Castronuovo, Emil Michel Cioran . Liguori)

Antonio Castronuovo

Ama nesciri – BartlebyCafé