Come se niente fosse

 

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Dovevo prenderla come una vacanza dalla scrittura, ma ogni volta che si chiudeva la porta della cabina di regia non potevo fare a meno di pensare che per me non esistesse altra vita che quella. La radio non era una vacanza. Uscivo di casa alle cinque e tre quarti, e a parte oscuri manovratori di spazzole che lavavano i viali lungo il tragitto non incontravo anima viva, tanto che spesso parlavo da sola. Tentavo di adeguarmi alle regole del programma radiofonico che dovevo condurre: nelle case italiane, la domenica mattina, bisogna entrare in punta di piedi, con discrezione. Il mio compito semmai era suggerire agli ascoltatori spunti di riflessione, leggendo all’impronta, ma sempre con calma, il meglio delle pagine culturali del giorno.

Mi erano bastate un paio di puntate per capire che non ero tagliata per quel programma, e che la domenica mattina non m’ascoltavano famigliole intorpidite, ma individui fin troppo svegli che pretendevano di sapere se davvero meritavo di stare lì al posto loro. Questa curiosa forma di rassegna stampa, condotta in via sperimentale da un dilettante radiofonico, non prevedeva confronto in diretta con il pubblico, così gli ascoltatori se ne stavano muti per mezz’ora, eppure non era fermo quel silenzio: arrivavano a raffica messaggi in redazione quando sbagliavo una pronuncia, alcuni segnalavano errori di sintassi negli articoli, sfondoni, o sviste cronologiche. Un grande ascolto ostile che andava preso sul serio. In cabina, infatti, io ci entravo armata, e la strategia d’ingresso in casa d’altri mi sembrava il problema meno urgente.

« Oggi è uscita una cosa molto adatta a noi su “Repubblica” hai visto! » mi chiese Anna, la redattrice.
In teoria era con lei che dovevo selezionare il meglio delle pagine culturali del giorno, in pratica però le impedivo qualsiasi forma d’intervento. Gli articoli da leggere e commentare in diretta li avevo già scelti dalla sera prima. Assillavo i capiservizio dei quotidiani affinché m’inviassero un po’ di materiale in anticipo, e su quello che avevo raccattato costruivo nella notte una scaletta inviolabile. Leggere il giornale appena uscito, e preparare in un’oretta scarsa la puntata con Anna, era fuori discussione. Sarebbe comunque stato troppo tardi, perché a me premeva collegare quegli interventi, trovarvi una traccia comune come fossero frammenti di un’unica storia. Altrimenti perché affidare a uno scrittore la lettura del giornale| Io non sentivo il bisogno d’andare in vacanza, tanto meno di cambiare mestiere. Capacità d’improvvisazione e disinvoltura erano qualità necessarie alla conduzione radio, ma non tanto alla scrittura di finzione, al contrario, rischiavano di compromettere l’unico requisito cui non potevo rinunciare: il controllo. Forse era il controllo che m’irrigidiva i lineamenti, e spingeva la redattrice a offrirmi continuamente bevande calde.
« Non c’è più tempo » le risposi.

« Mancano più di tre quarti d’ora alla diretta, ma che dici!».
« Dico che ormai non si fa più in tempo a inserire niente » ribadii implacabile.
« Se anche oggi ti ostini a non leggere “Repubblica”, giuro che non alzo le tue palette ».
Mentre ero sola in cabina, obbligavo la redattrice al di là del vetro a sollevare una paletta rossa se stavo andando troppo veloce, e la mia voce risultava in affanno. Una verde, se invece stavo andando bene. E una paletta gialla, la più allarmante, che segnalava l’errore di pronuncia. A quanto pare, nessuno prima di me aveva sentito il bisogno d’entrare in un vecchio emporio del litorale per acquistare gli strumenti del nuovo mestiere di scrittore che legge il giornale alla radio. Secondo la redattrice ero paralizzata dal demone del perfezionismo. Demone o meno, una guida esterna mi serviva, visto che la compagnia della mia voce dopo qualche minuto mi rendeva completamente sorda. E i gesti che mi faceva ogni tanto il regista non erano mai abbastanza chiari. Più chiaro di quelle palette da spiaggia non c’era niente. Se ogni tanto la redattrice si confondeva e, mettiamo, sollevava
la paletta verde al posto della gialla, io sentivo di essere guidata anche nell’errore. A fine puntata, appena uscita dalla cabina, riprendevo subito le palette, gliele sfilavo di mano. Temevo che in redazione si perdessero, che qualcuno addirittura se le rubasse. Le cacciavo a testa in giù nella borsa come fosse un secchiello, e chiedevo: Che hanno scritto stavolta! Di che si lamentano! Ascoltando i testi dei messaggi arrivati nel corso della puntata, sapevo che il mio lavoro, malgrado le apparenze sconfortanti, stava progredendo. Grazie alla radio avevo confermato la fisionomia di un nuovo pubblico: odioso, ma attento, sempre in agguato. A differenza di quelli a cui bastava dire la loro su un blog, questi cecchini dell’errore non avevano solo opinioni personali da esibire, il loro obiettivo principale erano presunti impostori da smascherare. Al di là della mia avversione per qualsiasi forma di smascheramento, detestarli non mi dava più alcuna soddisfazione, anzi, mi deprimeva.
« E va bene, Anna, passami “Repubblica” ».
Pur di tutelare l’alzata di palette, lessi quel pezzo in diretta. Era un’ode alla vecchiaia: l’età della commozione, in cui non puoi più permetterti d’osservare con distacco bambini che si arrampicano sui cipressi.

(incipit di Come se niente fosse – Adelphi)

Il giorno dell’indipendenza – Intervista a Letizia Muratori (Radio3 Fahrenheit)

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