Open

Odio il tennis. In questa frase ripetuta più volte il tennista Andre Agassi disegna fin dalle prime pagine un’affascinante, apparente antinomia – il campione che odia la fonte del suo successo –  destinata a segnare la sua vicenda sportiva e esistenziale (parallelismo che a tratti diventa una metafora avvincente), e che funziona al meglio come lente narrativa.

“Non è un caso, penso, che il tennis usi il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero), gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniaura. Perfino la struttura del tennis, il modo in cui i pezzi entrano uno nell’altro come in una matrioska, rispecchia la struttura delle nostre giornate”.

Sulla scia di un mood narrativo costantemente doppelgänger, e della dialettica anche dolorosa che ne deriva, Agassi trasforma quello che poteva essere un banale intreccio di successo made in Usa in qualcosa di più complesso e meno rassicurante. “Adesso che ho vinto uno slam, – scrive a un certo punto – so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”. Nel suo sdoppiamento, nella sua tendenza ‘bipolare’, convivono la necessaria maniacalità di chi deve diventare il numero uno, con momenti di depressione, perdita di senso e autodistruttività: come quando dice bastard al giudice facendosi ammonire e espellere.

Sguardo che si direbbe indotto da una carenza di libero arbitrio: il tennista non ha scelto di essere un tennista. Se il suo daimon si manifesta come un talento precoce per questo sport, questo fatale Disegno prende fin dall’infanzia la forma odiosa dell’inflessibile autorità paterna. Il padre, ex pugile, è un violento, gira armato; allestisce a casa il campo da tennis e il ‘drago’ lanciapalle, è severo e spietato, e fa della vita del figlio un lungo allenamento verso la perfezione (obiettivo, peraltro, dal quale Andre dovrà in seguito liberarsi per riuscire a vincere le partite) e verso – vera meta – lauti guadagni.
(nella foto: Borg con Agassi)

La storia di Agassi è una sequenza di discese e risalite. Dalla solitudine dei suoi anni giovanili trascorsi perlopiù nella sua metà campo – per lui il tennis è lo sport più solitario che esista, la lotta snervante con l’avversario è vissuta nell’isolamento e punteggiata di soliloqui, ai quali il tennista è lo sportivo condannato più di ogni altro  – agli anni tristi della Bollettieri Academy, dove si avvia alla carriera del professionista; dai primi successi alle sconfitte che sembrano spesso rese psicologiche, smottamenti della sua volontà di trionfare. Poi certo ci sono i problemi fisici, il rapporto strettissimo con il suo team nel quale trova un ‘vicepadre’ che è l’opposto del suo padre. C’è l’avversario che si trova sempre davanti e spesso lo sconfigge, Pete Sampras (del resto prima del ritiro fa in tempo a giocare contro Federer e a capire che sarà la bestia nera dei tennisti a venire). Poi i matrimoni; quello con Brooke Shields, sedotta a colpi di fax intercontinentali, e sposata mentre si chiedeva perché la stesse sposando; e quello con la più affine Steffi Graf, come lui ex numero uno, e come lui plasmata da un padre appassionato di tennis.

Il tennista ex enfant prodige che in campo si presenta come un punk, infrangendo l’etichetta – stupendosi poi che ci fossero fans che si vestivano “come Agassi” – e che vive la perdita dei capelli come uno shock da nascondere con il parrucchino, che odia il tennis e vive di tennis, e grazie al tennis diventa ricco, a pagina 490 immagina di fare questo discorso nella scuola da lui fondata per istruire i giovani con difficoltà economiche.

“Penso che parlerò delle contraddizioni. Un amico  mi suggerisce di rispolverare Walt Whitman.
Mi contraddico? Certo che mi contraddico.
Non sapevo che fosse un punto di vista accettabile. Adesso è la mia guida, la mia Stella Polare. Ed è quello che dirò agli studenti. La vita è un incontro di tennis tra estremi polarmente opposti. Vincere e perdere, amare e odiare, aperto e chiuso. E’ utile riconoscere presto questo fatto penoso. Quindi riconoscete gli estremi contrapposti in voi e se non riuscite ad accettarli o a riconciliarvi con essi, almeno ammetteteli e tirate avanti. L’unica cosa che non potete fare è ignorarli”.

Nei ringraziamenti Agassi cita come collaboratore J. R. Moehringer, scrittore e giornalista premio Pulitzer. Per capire la sua mente tormentata Moehringer ammette di essersi immerso in Freud e Jung, intuendo che la pulsione autodistruttiva di Agassi è uno dei pilastri della sua personalità. Questa chiave ‘decadente’ ha deciso la fortuna del libro.

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