Prima gli idioti

La scelta di una professione

1.

Quando scoprì che sua moglie Marge lo tradiva con un suo amico, Cronin ebbe una crisi lunghissima. Era stato innamorato di Marge e la gelosia perdurava in maniera insopportabile. Visse lo spasimo di emozioni degradanti e, pochi mesi dopo il divorzio, lasciò un posto ben retribuito a Chicago per darsi all’insegnamento. Aveva sempre desiderato insegnare. Prese una cattedra di composizione e storia della letteratura in una piccola città universitaria della California settentrionale. Dopo un primo periodo di euforia, cominciò ad annoiarsi. Questo lo preoccupò perché aveva sperato d’essere in pace, col suo lavoro. Non capiva se si trattasse di autentica noia o se, più semplicemente, non fosse sicuro di voler fare il professore tutta la vita. Perlopiù, era fuori dalla classe che si annoiava: le interminabili correzioni dei compiti e il lavoro amministrativo; inoltre, pensava Cronin, c’era troppo da leggere per un tipo come lui. Pensava anche di aver chiesto all’insegnamento più di quanto potesse dargli. L’aveva sempre considerato una specie di religione e, forse, lo considerava ancora così. Era un mezzo per donarsi agli altri, un modo d’essere che col matrimonio non aveva raggiunto.Cronin, un giovanotto alto e ben messo, con gli occhi vispi e i baffi scuri e folti, fumava troppo. Di solito aveva i pantaloni macchiati di cenere di sigaretta che si spolverava continuamente dalle cosce, e negli ultimi tempi, dopo un periodo d’astinenza, si era messo a bere. A parte le allieve, incontrava poche donne non sposate ed era troppo spesso solo. Da principio era stato invitato a qualche festa di facoltà, ma non voleva aver niente a che fare con le mogli dei colleghi.

Passò l’autunno. Durante le vacanze di Natale Cronin rimase in città, senza uno scopo preciso. Nel secondo semestre comparve nella sua classe una ragazza nuova, più grande delle altre. A differenza di quasi tutte le studentesse, questa portava abiti graziosi, a colori vivaci, e i tacchi alti. Teneva i capelli chiari raccolti in un nodo dal quale sfuggiva sempre qualche ciocca, ma per il resto era femminile e ordinata: una donna fatta, notò Cronin. Non era graziosa nel vero senso della parola, però aveva un viso aperto e piacente. Cronin era incuriosito dai suoi occhi pieni d’esperienza, dalla sua figura, dal seno colmo. La ragazza aveva le spalle asciutte e le gambe piuttosto pesanti, ma ben fatte. All’inizio pensò che fosse la moglie d’un professore, ma non ne aveva la tipica combinazione di timidezza e loquacità; secondo lui non era sposata. Gli piaceva il modo in cui l’ascoltava, in classe. Molte studentesse, quando faceva lezione o leggeva poesie, avevano un’aria assonnata, sbalordita o esaltata; lei invece lo ascoltava con la massima concentrazione, come se aspettasse un messaggio o l’avesse ricevuto. Cronin osservò che le altre ascoltavano, forse, le poesie, ma lei ascoltava anche lui, personalmente. Il suo nome, non molto armonioso, era Mary Lou Miller. Cronin si rendeva conto che lo guardava come uomo, e dopo un periodo tanto arido da essere quasi pericoloso, reagì a lei come donna. Per quanto non avesse intenzione d’impegolarsi con una studentessa, a volte Cronin era stato tentato di provarci con qualcuna, ma aveva resistito, per principio. In amore voleva esser protetto da regole definite, e amare una studentessa significava partire già senza regole.

Cronin continuava a interessarsi alla ragazza e lei ogni tanto lo aspettava vicino alla cattedra, dopo la lezione, e lo accompagnava verso il suo ufficio. Più d’una volta, Cronin aveva avuto l’impressione che volesse dirgli qualcosa di personale, ma di solito lei gli rivolgeva la parola per comunicargli che questa o quella poesia l’aveva commossa; i suoi gusti, pensava Cronin, erano un po’ indiscriminati. Mary Lou leggeva di rado a voce alta, in classe. Quando parlavano per più di cinque minuti la trovava un po’ noiosa, ma in segreto la cosa gli faceva piacere perché era molto attratto da lei, e la noia gli sembrava una sorta di assicurazione. Una mattina, durante un’ora libera, andò in segreteria e con un pretesto qualunque guardò l’incartamento della ragazza. Meravigliato, scoprì che aveva ventiquattro anni e frequentava solo il primo corso. Lui, sebbene a volte si sentisse addosso quarant’anni, ne aveva ventinove. Dato che erano così vicini d’età, oltre che per altre ragioni, decise d’invitarla a uscire. Quel pomeriggio stesso, Mary Lou bussò alla sua porta per parlargli di un test che lui aveva appena restituito. Aveva preso un voto basso ed era preoccupata. Cronin le accese la sigaretta e si accorse che lei l’osservava intensamente, gli occhi, i baffi, le mani, mentre le spiegava che cosa avrebbe dovuto rispondere al questionario. Sedevano a un palmo di distanza e, quando la ragazza sollevò le braccia per sistemarsi la crocchia, il rilievo dei grossi capezzoli contro il vestito attirò l’attenzione di Cronin. Durante il colloquio le propose di fare un giro in macchina, una sera, verso la fine della settimana. Mary Lou accettò e aggiunse che, magari, avrebbero potuto fermarsi da qualche parte a bere qualcosa. Cronin, dopo un attimo d’esitazione, convenne che sì, forse potevano. Mentre parlavano, lei continuò a studiarlo da un punto remoto, profondo, del suo essere e lui ebbe l’impressione di averla giudicata in maniera superficiale.

(tratto da B. Malamud, Prima gli idioti, Minimumfax)

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