Non scriverà più

“A dirvi la verità, ho finito. Nemesi sarà il mio ultimo libro“. Scrittura; fanatica abitudine, ossessione, tensione continua che gli fa confessare, dopo La macchia umana, di aver ridato a un amico un gattino dopo un paio di giorni perché “lo distraeva troppo”.

 Dopo molti apprezzati romanzi, dopo essere stato più volte indicato tra i candidati al premio Nobel, questa volta è lui, non un suo alter ego, a uscire di scena.

Narratore essenzialmente umanista per il suo esclusivo interesse a personaggi e psicologie, Philip Roth ha ‘cannibalizzato’ la sua vita per decenni distillandone senso e attori nelle sue opere. Una pratica che in qualche caso gli ha procurato il risentimento di chi si era riconosciuto nella sua narrazione, come la prima moglie Claire Bloom.

Si capisce allora la tensione, l’ossessione dalle quali desidera uscire per vivere e vivere soltanto, senza il controcanto della letteratura che si dimostra capace di rileggere l’esperienza in una chiave finalmente chiara e intelligibile.

 Cosa significhi essere scrittore lo fa capire a volte nei suoi romanzi, come in questo stralcio nel Fantasma esce di scena:

«Ma il quoziente di dolore di un individuo non è già abbastanza terribile senza amplificazioni romanzesche, senza dare alle cose un’intensità che nella vita è effimera e certe volte addirittura invisibile? Non per tutti. Per poche, pochissime persone quest’amplificazione, uscendo e sviluppandosi in modo incerto dal nulla, costituisce la loro unica sicurezza, e il non vissuto, la supposizione, impressa per esteso sulla carta, è la vita il cui significato arriva a contare di più.»  

Così Philip Roth motiva, a 79 anni, l’ ‘evasione’ dal proprio autobiografismo (che peraltro il critico statunitense Daniel Mendelsohn gli aveva consigliato già qualche anno fa):

“Ho deciso di rileggere tutti i miei libri cominciando dall’ultimo, Nemesi. Volevo vedere se avevo perso tempo a scrivere. Ma nel complesso mi è sembrato un successo. Alla fine della vita il pugile Joe Louis disse Ho fatto del mio meglio con i mezzi a mia disposizione. E’ esattamente quello che direi del mio lavoro”. Ma “dopo di ciò ho deciso che avevo chiuso con la narrativa. Non voglio leggerla, non voglio scriverla, e non voglio nemmeno parlarne. Ho dedicato la vita ai romanzi: li ho insegnati, scritti e letti, a esclusione di quasi qualunque altra cosa. Basta!”

“Guardiamo E. M. Forster. Smise di scrivere romanzi a quarant’anni. E io che ho scritto un libro dopo l’altro, adesso non scrivo più nulla da tre anni”.

“Non credo che un altro libro cambierebbe quello che ho già fatto, e se lo scrivessi probabilmente sarebbe un fallimento. Chi ha bisogno di leggere un altro libro mediocre?”

Philip Roth secondo Harold Bloom

Philip Roth secondo Daniel Mendelsohn

L’umiliazione

Il professore di desiderio

Il fantasma esce di scena

Everyman

[youtube_sc url=”http://www.youtube.com/watch?v=MkGqQtWn0Xc&sns=em”%5D