Parla la vedova di Ted Hughes

Dopo 40 anni Carol Hughes ha scelto di rompere il silenzio. La seconda moglie del poeta britannico Ted Hughes, scomparso nel 1998, si era tenuta lontana dal dibattito, spesso furioso, che ha accompagnato la vita dell’ex marito di Sylvia Plath, suicida nel 1963.

All’età di 64 anni, però, “prima che i ricordi fuggano via”, ha deciso di raccontare in un libro di memorie “i meravigliosi anni passati con Ted, nella speranza di lasciarli ai posteri”.

Dopo il suicidio di Sylvia Plath – e la sua relazione con Assia Wevill che pure si tolse la vita – Hughes fu spesso visto con diffidenza da un certo mondo femminista che lo accusava in qualche modo di aver indotto le due donne al suicidio. Una percezione da cui non è rimasto immune nemmeno il mondo letterario in senso stretto, tanto da far pensare che da ciò discendano molte delle critiche all’uomo e al poeta, espresse negli anni.

Hughes aveva fatto la scelta di non rispondere, fino alla pubblicazione di Birthday Letters nel 1998, una raccolta di poesie dedicate a Sylvia Plath. Anche per questo l’annuncio di Carol ha stupito molti, scrive il Times, ma lei è determinata a rivelare come, nonostante tutto, Hughes “ha vissuto una vita felice e piena”.

Ma chi era la donna che gli visse accanto, chi era Sylvia Plath?

Leggendo i suoi Diari – si scriveva in questa recensione qualche anno fa – si riesce a immaginare l’essenza del suo dolore, la quasi disumana attrazione per la perfezione. Ted Hughes, marito e poeta, ha scritto che Sylvia aveva molte maschere, e che quasi mai ha espresso il suo vero io. Maschere in perenne conflitto, a cominciare dallo scarto tra l’identità femmminile, di moglie e madre, e quella poetica, creativa. Nei Diari, anche, si coglie quanto fosse fugace la sua visione dell’esistenza. C’è una specie di continuo dialogo con la morte, in lei che è sempre sul bordo di un limite, preda di profonde malinconie. Un io omicida cova dentro di lei. «Tic tac… Una Vita Sta Passando. La Mia Vita.» Proprio sotto la pressione di questo dolore indicibile Sylvia si trasforma in poeta – scrive Nadia Fusini nel saggio introduttivo – come Dafne si trasforma in albero.

Della poesia Edge scrive la Fusini: «Perché Sylvia intitoli questa poesia – la sua davvero ultima poesia – Edge, è un mistero. Si sente forse ancora sulla soglia tra due mondi: come Antigone, quando viene murata viva nella sua camera di sepoltura da Creonte. Illuminata da una spettrale luna, strega e teschio col suo cappuccio d’osso, Sylvia si posiziona sul limite, sulla soglia, sull’orlo (tutti i sensi di edge), come tra due morti. O due mondi. Io sono certa che nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, quando mise accanto ai lettini dei suoi bimbi le due ciotole di latte e la fetta di pane e burro per la colazione del giorno dopo, e poi scese in cucina e mise la testa nel forno (e fu davvero a Dachau, Auschwitz, Belsen) era sicura che da quella morte, che stava per darsi, sarebbe tornata.

Forse volle morire per infliggere la morte a tutti i suoi nemici, a chi non la lasciava vivere, ai fantasmi, alle proiezioni della sua povera anima spaventata. Il monossido di carbonio avrebbe “gasato” l’angoscia, e lei sarebbe tornata pura, il giorno dopo. Pensò senz’altro – io credo – che avrebbe superato il limite, reso viabile la soglia tra le due morti. Vinse quella notte il fascino del sacrificio, il miraggio della rinascita. L’idea omeopatica – fallace – che la morte possa curarsi con la morte. E non con la poesia. Così si concluse quello che Sylvia Plath aveva chiamato “l’aperto colloquio tra me e il cielo”».

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