Dolore in Photoshop

Si è aperta una discussione – vagamente surreale, data la tragicità dell’immagine  -attorno alla foto che ha vinto il World Press Photo di quest’anno: quella, di Paul Hansen, dei due fratellini uccisi a Gaza da un missile israeliano.

Fa notare proprio questo stridore  Samuele Pellecchia, fotografo e direttore dell’agenzia Prospekt, nel suo intervento sull’Huffington Post. L’accusa – scrive – non è di aver modificato la fotografia, ma quella di aver lavorato colori e luci della foto drammatizzandola in modo eccessivo, per sottolineare la gravità di una situazione già di per sé profondamente drammatica. Nei blog di fotografi e fotografia si parla di questione etica.

“Per un attimo la luce è rimbalzata sui muri della stradina”, ha spiegato Hansen nel blog Lens sul New York Times. Posto che oramai le foto ritoccate sono la norma, e che l’immagine di Hansen sia semmai stata lavorata male, non in modo eccessivo, resta il fatto – osserva Pellecchia – che i bambini qui davanti sono morti veramente. Che non è teatro. Non è fiction. Che la disperazione che vedo è vera. Non proviamo più nulla – conclude  – perché abbiamo visto troppo e troppo da vicino, quindi ci permettiamo di criticare una foto per come è lavorata – e sottolineo NON modificata – dimenticandoci di guardarci dentro. Di guardare la fotografia. Tirar troppo su il contrasto o desaturare i rossi non modifica ciò che mostra questa foto. In altri casi può succedere, ma non in questo. Può piacere o meno, ma questa è una questione estetica.

Questo commento ci colpisce perché solleva una questione discussa da Susan Sontag in un saggio di alcuni anni fa, Davanti al dolore degli altri. Come reagiamo davanti alla sofferenza, quanto siamo assuefatti a immagini terrificanti? Secondo la Sontag la reazione ottimale è che la fotografia produca un pensiero critico – dunque non necessariamente empatico e ‘commosso’ – che dovrebbe farci pensare che quella cosa accade davvero, e perché accade, e chi la mette in essere.

 Della questione etica/estetica si era discusso anche a proposito della foto premiata  l’anno scorso (se ne è parlato in Ed è subito icona). Un’altra domanda ci si potrebbe fare, come fa notare nel suo blog  Michele Smargiassi: Cosa spinge i fotoreporter, cacciatori di “storia presa dal vero”, a pigiare sul pedale dell’effetto scenografico? Si stilizza per essere accettati da una cultura visuale dominata dalle estetiche della moda e della pubblicità. Effetti speciali per “bucare” l’indifferenza mediatica che stritola la fotografia di reportage. Insomma,  si alza l’intensità degli effetti per catturare sguardi assuefatti. Si cerca la qualità iconica della composizione che si impone immediata all’attenzione. Accanto a tutto questo, nei premi emergono anche scatti più discreti e  complessi. Come quelli segnalati qui: Ebrahim Noroozi, Paolo Pellegrin, Maika Elan, Jan Grarup.