Los enamoramientos

innamoramenti

Meglio glissare sulla trama, qui, e soprattutto in questo caso, perché la storia scorre e si fa leggere con la suggestione ipnotica di una verità che si disvela (“ma niente era del tutto sicuro, la verità è solo un imbroglio”). Piuttosto si nota anche in questo romanzo un’affinità, potremmo dire nel tono, tra il fraseggio di Marías e quello di Proust. Su Internet si trova qualche dotto articolo che fa notare come questo accostamento  sia improprio e perfino sciocco. Qui per esempio si spiega che le digressioni dello spagnolo  non hanno la stessa lunghezza e natura filosofica di quelle proustiane, ma sono sintetiche e perlopiù psicologiche. Si osserva che l’identità per Proust è sempre molteplice mentre in Marías è una, se pure mutevole.  E poi: il primo preferisce l’ipotassi,  il secondo una nevrotica paratassi. Insomma, chiosa l’articolista un po’ stizzito, ogni volta che uno scrittore mette al centro il tempo e la memoria ecco che si tira fuori Proust. Tutto vero. Eppure il tono si avverte, nei fatti che scompongono il tempo in un prima e un dopo, come al rallentatore, e nelle possibilità che si inseguono nella mente della protagonista come volute di fumo, forti del dubbio intrinseco in ogni certezza, nella ferocia di certe riflessioni, e nell’ossessività del desiderio; il tutto sullo sfondo della morte, multiforme e inevitabile, casuale o voluta, lasciata accadere o inferta – e oggetto, proprio in un romanzo sugli ‘innamoramenti’, di continue riflessioni attraverso un personaggio di Balzac (che tanto influenzò Proust…).

“L’errore di credere che il presente sia per sempre, che quel che c’è in ogni istante sia definitivo, quando tutti dovremmo  sapere che niente lo è, fino a che ci resta un po’ di tempo. Ci trasciniamo dietro abbastanza capovolgimenti e giri, non soltanto della sorte ma del nostro animo. Impariamo a poco a poco che quanto ci era apparso gravissimo un bel giorno ci sembrerà neutro, soltanto un fatto, soltanto un dato. Che la persona senza la quale non potevamo stare e a causa della quale non riuscivamo a dormire, senza la quale non potevamo concepire la nostra esistenza, dalle cui parole e dalla cui presenza dipendevamo giorno dopo giorno, verrà un momento in cui non ci occuperà un solo pensiero, e anche se ciò avverrà, di tanto in tanto, sarà per uno stringersi nelle spalle, e il massimo cui potrà giungere quel pensiero sarà chiedersi per un attimo: «Che ne sarà stato di lei?», senza nessuna preoccupazione, senza neppure curiosità”. (p. 104)

“Sì, tutti siamo imitazioni di persone che quasi mai abbiamo conosciuto, persone che non si avvicinarono o che tirarono dritto nella vita di quanti adesso amiamo, oppure che si fermarono ma si stancarono nel giro di poco tempo e sparirono senza lasciare tracce o soltanto la polvere dei passi che fuggono, o che sono morti per quelli che amammo procurando una ferita mortale che quasi sempre finisce per richiudersi. Non possiamo pretendere di essere i primi o i preferiti, siamo soltanto quel che c’è a disposizione, i resti, il superfluo, i sopravvissuti, quel che rimane, i saldi, ed è con questo nobile poco che si costruiscono i più grandi amori e si fondano le migliori famiglie, da questo proveniamo tutti, prodotto della casualità e del conformismo, degli scarti e delle timidezze e degli insuccessi altrui, e pure così daremmo qualsiasi cosa a volte per rimanere legati a chi recuperammo un giorno da una soffitta o da una vendita all’asta, oppure ci toccò in sorte giocando a carte o che ci raccolse fra gli scarti; inverosimilmente riusciamo a convincerci dei nostri azzardati innamoramenti, e sono molti quelli che credono di vedere la mano del destino in ciò che non è altro che una riffa di paese mentre ormai agonizza l’estate…” (p. 110).

Domani nella battaglia pensa a me