Passaggi

E’ sempre una buona notizia l’apertura di un nuovo spazio espositivo , soprattutto se – come in questo caso – diventa una nuova casa prevalentemente per la fotografia. La mostra che inaugura la Galleria del Cembalo, nel Palazzo Borghese a Roma,  è Passaggi (a cura di Giovanna Calvenzi)e raccoglie dodici nomi interessanti. Per ciascuno  la mostra presenta due diverse serie di lavori: il ‘passaggio’ dall’una all’altra racconta così  l’attitudine della fotografia a porsi in modo differente rispetto a se stessa e ai suoi soggetti.

Esposta in mostra c’è la storica serie di foto newyorchesi di Ugo Mulas, dedicate a Duchamp, e gli still-life, su corpo di donna, dei gioielli d’artista creati da Arnaldo Pomodoro. Di Mario Cresci tre serie che indagano, da punti di vista diversi, il rapporto tra rappresentazione del reale e immagine astratta. Di Gabriele Basilico le imponenti vedute urbane di Shanghai contrapposte alla dimensione dell’edificio singolo, al silenzio dei padiglioni deserti della Biennale di Venezia. Di Francesco Radino un lavoro che ha per protagonista una visione potente e monumentale delle turbine di centrali elettriche e uno di sguardo europeo su un Giappone intimista. Di Olivo Barbieri alcune delle sue note vedute aeree nelle quali la realtà dei luoghi sembra diventare l’immagine di un plastico, e con scorci metropolitani sui quali si innestano interventi grafici successivi. Di Paolo Pellegrin la differente serialità, in entrambi i casi giapponese, di alberi che disegnano sul cielo e passanti che emergono dal nero. Antonio Biasiucci ha una serie incentrata sui dettagli di interni contadini del casertano, e una dedicata all’impasto vorticoso del pane. Di Luca Campigotto le visioni del porto di Marghera immerse nel nero contrapposte a una Chicago-Gotham City a colori. Paolo Ventura presenta una ricostruzione della guerra civile americana di artefatto realismo, accostata ad autoritratti inseriti in scenografie di rarefatti spazi urbani ricche di citazioni pittoriche. Silvia Camporesi mostra una serie di autoritratti che hanno la temperatura e l’estetica degli anni Trenta, e una di surreali, stranianti visioni della laguna veneziana. Di Moira Ricci le manipolazioni pre e post-fotografiche del reale tanto nei suoi teatrini domestici di affettuosa memoria, quanto nell’auto-rappresentazione fantastica e dolorosa delle proprie memorie. Di Alice Pavesi si nota  l’approccio diverso, ma affine nella costruzione dell’immagine, che contrappone il sofferto bianco e nero con cui ritrae donne etiopi che hanno subito violenza a foto di moda realizzate in un contesto di ricercata semplicità ambientale.

Passaggi 

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