Biennale/Bart Dorsa

imageUna fotografia mistica, luminosa nel buio artificiale in cui è immersa. Katya, protagonista/icona, ha un viso uguale e sempre diverso nelle lastre fotografiche di collodio e vetro argentato. La mostra racconta la storia di questa ragazza scoperta da Bart Dorsa a Mosca; del suo ‘viaggio’ dalla rigorosa vita monastica ortodossa – da quando aveva 3 anni ai 13 – a quando è entrata nel circolo dei freak, una sottocultura estrema che l’ha coinvolta in varie forme di modificazione fisica. Un viaggio che è un imagereticolo di storie sulla pelle del suo viso e del corpo, stampate dall’artista sul vetro e impresse in una scultura di bronzo. Apparentemente identiche, le immagini di Katya sono riprodotte con una ripetitività ossessiva dall’effetto sinfonico.

image imageBart Dorsa è californiano. Anni fa passando a Mosca per caso si è invaghito della città e ha scelto di viverci. Nelle sue opere dallo stile grave e rituale c’è un’intenzione provocatoria. (Una certa inventiva è di famiglia. Suo nonno inventò le cialde Eggo e i suoi genitori brevettarono un autolavaggio).
Dorsa ha scelto la tecnica ottocentesca della fotografia al collodio affascinato dalla mitologia americano-indiana, in particolare dalla credenza secondo la quale il fotografo è un ladro di anime, e colpito dal fatto che questa modalità può registrare i dettagli più microscopici. Usa solo la camera oscura e la lente, unico elemento tra la modella e la lastra di vetro che l’artista tiene nelle sue mani, e l’immagine è direttamente ‘impressa’ sulla sua superficie. Dorsa si paragona ai veggenti dell’allegoria di Platone: “Legati guardavano fisso alle ombre proiettate contro la parete di fondo della grotta che era la loro prigione. Questa visione delle ombre ho nel mio subconscio. La mia camera oscura è una grotta. Sono legato in essa, guardando fisso alla lastra, alle ombre e alle immagini buie riflesse dai corpi e dai visi passati davanti al mio pezzo di vetro, vecchio di 160 anni, mentre provo a catturare e a visualizzare il subliminale”.

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