La mente orientale

Migliaia di anni fa, la cultura indoeuropea si è divisa in due modi di pensare, che si sono sviluppati uno a Occidente e l’altro a Oriente. Delineandone le differenze, Christopher Bollas fa capire come queste due mentalità stiano ora convergendo, in particolare nella pratica psicoanalitica. Mettendo a confronto psicoanalisti occidentali e filosofi orientali, l’autore collega la pratica psicoanalitica di Donald Winnicott e Masud Khan alla tradizione poetica orientale, improntata al taoismo, mostrando come entrambe privilegino la capacità di stare da soli e forme di comunicazione non verbale.

TaoCarpe“La mia ipotesi, tuttavia, è che parte del richiamo per la mente orientale da parte della psicoanalisi di derivazione classica risieda nel fatto che essa costituisce una forma di prassi meditativa (grassetto mio, ndr). Come ho già indicato, essa condivide molte caratteristiche con le teorie di pratica mentale daoista e buddhista, soprattutto nell’apprezzamento del percorso che conduce alle profondità interiori.

Essa differisce, beninteso, da queste prassi per il fatto che anche se entrambi i partecipanti analitici stanno all’interno di una forma di stato meditativo, uno di loro parla. Senza scopo. Senza ponderare. Come in un sogno. Ma parla. E così facendo l’analizzando inconsapevolmente esprime le idee inconsce che sono depositate in quello che Freud ha definito il grande ‘magazzino di idee’.  Da questa psicologia del profondo noi impariamo la verità psichica del sé individuale. Da questa prassi di vuoto mentale e linguaggio non ponderato arriva un discorso privato articolato in modo sbalorditivo, espresso attraverso gli spazi vuoti presenti tra le unità degli enunciati. L’atto della libera associazione. (…)

1280zen_daruma_27_bestIl difetto forse più grave della psicoanalisi occidentale è una mancanza di apprezzamento per quest’ultima espressione, i limiti della propria cultura. E facciamo bene a guardare alla mente orientale per comprendere le forme culturali che guidano i nostri pattern di pensiero, le nostre autopresentazioni e autorappresentazioni.  Le premesse daoiste, confuciane e del Buddhismo zen sull’importanza di abbandonarsi alla Via, di vivere come essere vivente mentre si accetta la presenza del non-essere, di diffidare della parola, si riflettono nel setting psicoanalitico e nella teoria e pratica di Winnicott e Khan, dal momento che essi rinunciano a parlare, ascoltano il silenzio e trovano nell’essere il nucleo del senso della vita”. (C. Bollas, La mente orientale, Raffaello Cortina, pgg. 158-159)

Il ‘ritorno’ dell’isteria