Two mothers

imageUn sentiero saliva tra gli arbusti, sbucando nel giardino del Baxter’s; un pomeriggio quella lieve salita era percorsa da sei persone, quattro adulti e due bambine, i cui strilli di gioia riecheggiavano i versi dei gabbiani.

Aprivano la fila due uomini di bell’aspetto, non certo ragazzi, ma solo con una buona dose di malevolenza li si sarebbe potuti definire di mezz’età. Uno dei due zoppicava. Alle loro spalle due donne altrettanto avvenenti, sulla sessantina, che nessuno si sarebbe sognato di definire anziane. A un tavolo che a quanto pareva occupavano spesso depositarono borse, indumenti e giocattoli; erano tutti sani e radiosi, come lo sono quelli che sanno trarre beneficio dal sole. Si accomodarono dunque, le donne con le gambe lisce e abbronzate che finivano in sandali portati con noncuranza, le mani energiche momentaneamente oziose. Le donne da una parte, gli uomini dall’altra, le bambine che non stavano ferme un momento: sei teste bionde? Erano forse imparentati? Le donne dovevano essere le madri degli uomini; quelli non potevano che essere i loro figli. Le nonne, e poi anche i padri, raccomandarono alle bambine di comportarsi bene e di giocare tranquille, anche se le piccole insistevano per scendere alla spiaggia, raggiungibile per un sentiero sassoso. Così si accovacciarono, e con l’aiuto di dita e bastoncini si misero a fare dei disegni nella polvere. Due belle bambine: per forza, con due progenitrici così attraenti.
Da una finestra del Baxter’s una ragazza gridò: “Il solito? Vi porto il solito?”. Una delle donne le fece un cenno con la mano, come a dire sì. Poco dopo comparve un vassoio carico di spremute di frutta fresca e tramezzini di pane integrale, a conferma che erano persone attente alla salute.
Theresa, fresca di esami di maturità, sarebbe rimasta all’estero per un anno, prima di tornare in Inghilterra per l’università. In cambio di questa informazione, che risaliva a mesi prima, la ragazza veniva costantemente aggiornata sui progressi delle bambine alle elementari. Adesso chiese come andava la scuola, e prima una bambina e poi l’altra saltarono su assicurandole che la scuola era una pacchia. La bella cameriera tornò di corsa alla sua postazione all’interno del ristorante, e il sorriso che rivolse ai due uomini ne innescò uno tra le donne e poi tra loro e i figli, uno dei quali, Tom, commentò: “Non c’è la farà mai a tornare in Inghilterra, i ragazzi faranno tutti il tifo perché rimanga”.
“Ma sarebbe una stupida se si sposasse e buttasse via tutto così” disse una delle donne, Roz – Rozeanne per la precisione, la madre di Tom. Ma l’altra, Lil (Liliane), la madre di Ian, aggiunse “Chissà” mentre sorrideva a Tom. Questa concessione, o meglio questo omaggio, a quella che era, dopotutto, la ragione della loro esistenza, diede ai due uomini l’occasione per scambiarsi un cenno divertito del capo, a labbra serrate, come a uno scambio di battute più volte ascoltato: quello, o uno simile.
“Insomma”, disse Roz, “comunque sia, diciannove anni sono troppo pochi”.
“Ma chissà come andrebbe a finire” si chiese Lil, e arrossì. Sentendosi il viso in fiamme fece una piccola smorfia, che le diede un’aria da bambina pestifera, o addirittura sfrontata, cosa tanto lontana dalla sua natura che gli altri si scambiarono sguardi difficili da interpretare.
Sospirarono tutti quanti, e poi, sentendosi, si misero a ridere, una bella risata schietta che, si sarebbe detto, prendeva atto di una serie di cose non dette.

(tratto da Doris Lessing, Le nonne)

Intervista all regista Anne Fontaine – dal sito WUZ

anne“Un giorno si è presentato da me Dominique Besnehard con l’edizione francese di “Le nonne”. «È un soggetto adatto a te», mi ha detto.
Quando ho letto il racconto di Doris Lessing sono stata subito soggiogata da questa storia così incredibile, accaduta a queste famiglie a queste due madri e ai rispettivi figli.
Ho trovato che fosse talmente originale… non avevo mai sentito parlare di una storia simile: un amore incestuoso, molto turbolento, trasgressivo e allo stesso tempo profondo.
Mi sembrava che offrisse la possibilità di andare oltre il tradizionale tema del triangolo, che è una delle ossessioni ricorrenti nei miei film.
Mi sono messa al lavoro con l’idea di trarne un adattamento ambientato in Francia.
Ho pensato che questo avrebbe potuto dare al cinema una storia perturbante, attraente ed estremamente sensuale, giocando con il proibito, ma al tempo stesso trascendendolo, con il tono del racconto di Doris Lessing che crea un muro di ironia senza presentare nessun punto di vista morale.
Mentre studiavo la possibilità mi sono resa conto che c’era qualcosa di non naturale a girare il film in Francia, non era nel tono del racconto, e quindi ho scelto di abbandonare questa ipotesi.
Andando negli Stati Uniti ho avuto l’impressione che se una grande attrice si fosse fidata di me alla fine mi sarei potuta orientare su una sceneggiatura in inglese, quindi ho inviato il racconto a Naomi Watts che è stata davvero la mia prima scelta.
È un’attrice straordinaria ed è così che è nato il progetto.
Alla fine ho girato in Australia, oltre che per i suoi paesaggi magnifici, perché l’Australia evoca qualcosa di universale e senza tempo. Non si sa mai con esattezza dove ci si trovi (questo vale in particolare per gli stranieri), né in che epoca.
Si tratta di parlare di desideri complessi, ambigui, a volte violenti, perturbanti, anche eccitanti.
Quello che mi piace è lavorare sulla condizione umana; la condizione umana è complessa e delle storie incredibili possono accadere. Questa è una storia vera anche se non sembra e se dal punto di vista amoroso di fatto è una storia inedita.

Fondamentale è stato l’incontro con Doris Lessing.
Un giorno mi sono ritrovata da lei nella sua piccola casa di Londra. È stato abbastanza sconvolgente incontrare un’icona della letteratura in quelle circostanze: Doris Lessing è una donna molto particolare, piena di ardore; che non somiglia affatto alla vecchia signora inglese che ci si potrebbe aspettare di incontrare. La prima cosa che mi ha detto salutandomi è stata: «So? (E allora?)».
Ero particolarmente curiosa di sapere da dove avesse avuto origine il racconto; non sapevo si trattasse di una storia vera. E questa informazione mi ha fatto da guida per tutto il film.
two_mothers_ver2_xlgNel corso di tre o quattro notti trascorse a bere (è nota la passione di Doris Lessing per le notti trascorse nei bar), un giovane australiano, amico dei due protagonisti della storia, le aveva raccontato per filo e per segno la loro storia d’amore con le rispettive madri. Come le due donne fossero cresciute insieme in un rapporto quasi omosessuale; come avessero continuato ad avere questo tipo di rapporto con i figli.
Doris insisteva molto sull’invidia che il ragazzo provava nei confronti dei suoi due amici: era convinto che le relazioni che avevano vissuto fossero idilliache. Ascoltandola mi sono sentita incoraggiata nel mio intento: riuscire a far provare allo spettatore lo stesso stato d’animo di quel giovane australiano.
Che si sentisse talmente coinvolto dalla storia da andare oltre la questione morale. Incantandolo, avvolgendolo in un’atmosfera quasi soprannaturale, facendo in modo che tutto fosse quasi troppo bello.
Dar vita ad una leggera anestesia perché, un po’ alla volta, togliendo uno strato dopo l’altro, emergesse la sensazione di solitudine provata dalle due donne, qualcosa di doloroso che si disintegra.
imageDal punto di vista del meccanismo, si trattava di un modo più perverso per rendere più facile l’accesso alla storia. Lasciare alla storia tutte le sue chance, compresa quella di irritare le persone suscettibili su questi argomenti. Il soggetto di Two Mothers non nasce per rassicurare, non è certo questo il suo scopo.
 
 

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