«Non è detto che la maggioranza abbia sempre torto»

L’aforisma è di Ivy-Compton-Burnett, scrittrice inglese non a caso definita snob da uno dei suoi primi autorevoli estimatori, Giorgio Manganelli.  Una massima che riecheggia quella di Oscar Wilde – «Quando la gente è d’accordo con me mi sembra sempre di essere nel torto» – e che dimostra come da quelle parti i ci siano sempre stati grandi maestri della spiritosaggine laconica.

Dice Auden, che «gli aforismi sono essenzialmente un genere di scrittura aristocratico. L’aforista non argomenta, asserisce; e implicito nella sua asserzione è il convincimento che egli sia più saggio e più intelligente dei suoi lettori».  Un libro di qualche anno fa, Teoria e storia dell’aforisma, racconta  le radici dell’aforisma, ben prima delle  Maximes di Rochefoucauld e di quella scuola francese che arriverà a Valery e Cioran; la culla del genere è la brevitas greca dei presocratrici e degli stoici. Questi ultimi passarono dall’aforisma ‘per estrazione’  – la citazione da un testo precedente – all’aforisma ‘per creazione’.  La forma breve culmina in Nietszche, e in Italia ha esempi quali lo Zibaldone di Leopardi, per arrivare alla modernità ‘classica’ di Ennio Flaiano. Nell’epoca digitale l’aforisma è stato rilanciato dai social media come forma prediletta di racconto quotidiano, ma anche come espressione  di odio, di risentimento e rabbia.  Agli haters direbbe Karl Kraus, che l‘odio deve rendere produttivi, altrimenti è più intelligente amare.